Come faccio a farmi pagare un logo 35.000 euro? Ecco il listino prezzi di Assocomunicazione

Periodicamente vedo saltar fuori questo mito del listino prezzi per il graphic design. A memoria è il secondo o terzo che vedo. Niente di ufficiale, per carità: non si può obbligare nessuno ad applicare un tariffario minimo o massimo, sarebbe contro le vigenti norme sulla concorrenza. Ma stavolta è un po’ diverso: primo, perché il listino è l’aggiornamento di quello del 1996 firmato Assap (oggi Assocomunicazione); secondo, perché la discussione nata sul blog ADCI è interessante, illuminante e una volta tanto costruttiva.

Ma partiamo dai fatti. Il listino di Assocomunicazione propone tre colonne di prezzo per ogni voce. La prima è l’indicazione originale in lire del 1996. La seconda (MDF: morti di fame) è la semplice conversione da lire ad euro. La terza, è il costo aggiornato al 2015 tenendo conto dei coefficienti ISTAT. Per tutte e tre le colonne, il costo indicato è la base minima di partenza per un’agenzia strutturata.

.

schermata-2012-03-21-a-15-22-28

.

Sì, avete letto bene: un logo istituzionale per una piccola azienda parte da 17.500 euro; ma se l’azienda è grande si lavora solo dai 35.000 euro in su. Per un logo di prodotto di larghissimo consumo il costo minimo è di 21.000 euro. Un’immagine coordinata da marchio esistente parte da 2.800 euro. Un freelance, che ha meno costi di un’agenzia, può usare cifre appena più basse. Ma ripeto: questi costi sono basi minime da cui partire.

L’indicazione è chiara: chi si fa pagare 500, 1.000 o 2.000 euro un logo sta sottovalutando il proprio lavoro e sputtanando il mercato della creatività, come fa notare Bruno Banone nel suo commento al post originale:

La cosa che mi meraviglia è che invece di apprezzare la condivisione di un listino minimo e di difendere il costo e del valore delle idee, il popolo creativo che qui leggo, pare demonizzarlo. Che io sappia i clienti seri pagano ancora secondo questo listino che, sebbene scontato del 15% è la base minima per tenere in piedi un’agenzia anche in modalità più che sobria. […]

Pare che ai creativi faccia schifo parlare di denaro e siano votati al prezzo politico di 1.000 euro per un logo o a farsi stuprare su Zooppa e via discorrendo. Personalmente lavoro per beneficenza in altri ambiti e ritengo questa una professione, non un giochino per nerds e penso che il lavoro vada pagato così come il Cliente fa pagare il suo.

.

La discussione sul blog di ADCI

Apriti cielo. Piovono commenti da tutte le parti, ma sostanzialmente possiamo dividerli in due grandi categorie: realisti e idealisti. Hanno entrambi ragione.

L’idealista dice “Può un marchio unico costare meno di un’automobile prodotta in serie?” (Antonio LoConte) e si concentra giustamente sull’educazione al valore del lavoro: “E non diciamoci cazzate, siamo noi a insegnare al cliente o all’agenzia come trattarci e una volta che hai calate le braghe, quella è la nostra posizione di mercato” (Bruno Banone).

Il realista invece replica: “Raga, le vacche grasse sono finite, e già nel ’96 stavano finendo” (NonArt); e “La verità è che a forza di lavorare con il linguaggio e la comunicazione, vi state impantanando nello stesso mondo linguistico che vendete per far vendere. State cercando di pompare una convenzione, con scarsi risultati, per cui quei prezzi diventino la norma, la convenzione, entrino nella percezione cognitiva dei clienti del vostro mercato. Ma sapete perché non riuscirete nell’intento? Perché fuori c’è una realtà lontana anni luce dalle vostre parole, dai vostri bei discorsi” (Luca Ingravalle).

Una cosa la possiamo dire: le variabili da considerare sono diverse. C’è una variabile geografica: sud/nord, ma anche Milano/non-Milano, portando la mia esperienza di designer di provincia. C’è una variabile legata al cliente: non metto in dubbio che alcune aziende siano in grado di capire il valore del nostro lavoro e pagare quelle cifre, ma la capillarità delle PMI italiane porta spesso ad avere a che fare con realtà piccole, che ci stanno provando, che magari hanno pure voglia di investire in comunicazione ma non hanno budget. C’è la variabile della dimensione: un freelance non chiede come una piccola agenzia, una piccola agenzia non chiede come un colosso internazionale.

Ciononostante, faccio qui la mia promessa: ritenendo il mio livello qualitativo tutto sommato alto (non solo come risultato: ma come capacità analitica e propositiva, servizio, disponibilità, competenze), da oggi in poi alzerò il prezzo dei miei lavori. Non arriverò a staccare ogni due settimane una fattura da 35.000 euro. Ma da qualche parte dovrò pur cominciare.

.

Più educazione

L’ultimo aspetto da non sottovalutare è quello educativo: non solo il designer deve educare il cliente al valore del suo lavoro (“Quando il tuo cliente troppo ingenuo o troppo furbo ti chiede ‘Fammi gratis questo, poi vediamo’ e tu, freelance o agenzia, gli rispondi: ‘Aspetta un attimo: questo è il preventivo da firmare, questo è l’acconto che devi darmi, questo è il saldo, queste sono le condizioni che garantiscono me ma garantiscono anche te’, tu stai già regolando il tuo mercato” Gianni Lombardi), ma gli stessi designer devono educarsi tra loro.

Troppo facile accusare il cliente, quando le piattaforme di crowdsourcing scoppiano di presunti professionisti che lavorano per la speranza di vincere un premio. Troppo facile accusare il cliente quando il nipote del titolare ha imparato ad usare una copia piratata di Photoshop, si è stampato i biglietti da visita su Pixart e va in giro a vendere progetti per 50 o 100 euro. Troppo facile accusare il cliente quando la nostra è una comunità piena di invidiosi, di wanna-be, di improvvisatori, di gente che non sa nemmeno scrivere in italiano corretto, di impreparati, di venditori marchettari, di scaricatori folli di template da Shutterstock. 

Ed è qui, credo, che le associazioni di categoria (ma non solo: anche le scuole, le Accademie, le istituzioni stesse) dovrebbero riuscire ad intervenire meglio. Anche perché uno strumento come il listino, come ben insegna la vicenda di AIAP e TP di qualche anno fa, in sé è completamente inutile e non realizzabile in Italia.

31 Comments
  • paolo carucci
    luglio 15, 2015

    Putroppo non cè nulla di vero nei listini di Assocomunicazione. Permettetemi di dirlo: sono cazzate. Innanzitutto ovviamente si deve fare un distinguo sulla azienda : azienda grande, media, piccola , azienducola.
    Poi in secondo luogo capire se la creazione del logotipo fa parte di un processo più esteso come rebranding, creazione nuove linee di prodotto oppure nuova corporate line. E in terza battuta non tutti possono permettersi di dare un ” valore al proprio valore” .. scusatemi il gioco di parole. Ovverosia l’expertise che uno ha su determinati lavori è quello che determina dove porre l’asticella con i cliente per farlo saltare oltre. Se sei ovviamente junior o giovane, ovviamente non è nemmeno giusto lavorare gratis o con lavori inferiori ai 1.000 euro per qualsiasi cosa, ma certamente non si può altezzosamente chiedere importi alti se non sei nessuno. Ed ovviamente le grandi aziende non fanno lavorare un Nessuno….(a meno che non sia uno come Ulisse).

    • mariapia
      luglio 17, 2015

      paolo carucci, hai perfettamente ragione su tutto e mi piace la tua ironia nella conclusione!
      Ha centrato perfettamente l’argomento e lo hai saputo spiegare nel migliore dei modi!
      (mi sembra il commento dei miei insegnanti al liceo quando valutavano un tema…)
      comunque ti stimo!

  • Alberto
    luglio 16, 2015

    Ciao,
    appena prima della citazione c’è da correggere il nome di BRUNO BANONE (non Barone). Più avanti è scritto giusto.
    Ad ogni modo, ottimo articolo. Grazie.

    • OniceDesign
      luglio 16, 2015

      Ups, mistype. Correggo al volo, grazie 🙂

  • Kowalsky
    luglio 16, 2015

    Mai sentito parlare di “inflazione”? Beh, il nostro mestiere è decisamente inflazionato. Quanti grafici eravamo nel ’96 e quanti ne siamo ora (anche se ora molti si fanno chiamare “designer”)?
    La macroeconomia insegna che il prezzo è dato dall’incontro tra domanda e offerta. E l’offerta è decisamente aumentata. A discapito della qualità, sicuramente, ma questo è che chiede il mercato.
    Quindi facciamocene una ragione. Quei tempi sono finiti, almeno per la stragrande maggioranza di noi. Poi ci saranno ancora le grandissime agenzie e studi che riescono a spuntare commesse clamorose, ma sono veramente poche.
    Fino a quando non passerà il concetto che ormai questo mestiere non ha più nulla di figo (se mai lo ha avuto) e che non ci si arricchisce, non smetterà di essere il miraggio di molti poveri studenti e tanti improvvisatori. E l’inflazione non scenderà.

    • OniceDesign
      luglio 16, 2015

      Sante parole, Kowalsky.

  • Neo
    luglio 17, 2015

    Caro Onice,

    Letto il fantomatico listino standard (già bocciato con sacrosanto provvedimento dall’Antitrust come si evince dal link nell’articolo), resto basito per la discussione.

    Io sono quello che generalmente sta dall’altra parte – il cliente, e precisamente la piccola (ma direi micro) impresa.

    Dal mio punto di vista posso testimoniarti che è assolutamente vero quanto specificato da quelli che hanno parlato a proposito dell’inattuabilità di quel listino.

    L’attuale momento di crisi, gli oggettivi problemi di budget, l’abbassamento della qualità professionale dei grafici (nella mia zona, per la maggior parte autentiche capre nonostante i tanti anni di attività di molti di loro) e la disponibilità di persone interne all’azienda capaci di produrre grafica essi stessi (più o meno bene), rendono quel listino pura fantascienza.

    I prezzi di mercato reali non sono affatto quelli del listino, incontrati una sola volta in tanti anni di preventivi ricevuti (e solo perché avevo deciso di contattare una agenzia che serviva tutti i big del mio settore), ma i 500-1000-2000-3000 di cui si parlava correttamente nell’articolo.

    Indubbiamente un logo (come qualsiasi altro aspetto della comunicazione visuale) è un patrimonio immateriale molto importante, ma vorrei ricordare che Twitter comprò il suo logo in stock a 6 dollari (fonte famouslogos.net)…

    La realtà contemporanea è questa.

    E’ chiaro che sia i 6 dollari che i 17.000 o i 35.000 euro sono prezzi irreali e fuori mercato. Ma appunto, questo dovrebbe far riflettere sul fatto che il valore si crea comunicando attivamente e non solo disegnando bene. Il creativo è mortificato quando si abbassa a lavorare gratis e non quando si fa pagare 1000 o 2000 euro (che per un solo lavoro di alcune ore, che magari sarà visto solo a livello locale, sono molto ben spesi).

    Io sono fra quelli che può realizzarsi – e di fatti si realizza – la grafica internamente, pur appoggiandomi fuori per alcuni lavori. Quando lavoro ad un marchio per un prodotto in genere passo tra le 6 e le 12 ore a lavoro su quel progetto. Secondo quel tariffario se pagassi un professionista gli dovrei dare 10.500 euro. Significa che un’ora di lavoro che passo a realizzare la grafica mi fa risparmiare circa 1000 euro (ammesso che anche il creativo sia lento come me), con un risultato finale che si discosta poco da quello che avrei potuto ottenere affidando a terzi il lavoro.

    Ora, se voi grafici credete che una piccola azienda possa permettersi di remunerare un lavoratore (nel caso specifico, voi), per quanto bravo (ed è tutto da vedersi), MILLE euro a ora, ogni volta che vien fuori un nuovo prodotto, voi siete semplicemente pazzi.

    Prezzi di quel tipo può spenderli chi ha budget enormi o è in fase di lancio e non ancora si è cotto per le difficoltà assassine del mercato. Noi comuni mortali già in attività non possiamo, posto anche che la stragrande maggioranza degli studi grafici con cui sono venuto in contatto non valevano manco i 500 di cui sopra.

    Piuttosto quindi, da parte vostra, se di problematiche finanziarie dovete discorrere, mi concentrerei di più sul problema di riscuotere in tempi certi. Anche perché, per ora siete fortunati che le aziende italiane non si rivolgono ad omologhi vostri all’estero per questi lavori. Non ho mai fatto ricerche a riguardo, ma forse come costa poco la manodopera cinese in fabbrica, probabilmente costa poco anche quella da scrivania…

    Col che, sperando di non aver troppo traumatizzato i bravi grafici in lettura – ma mentirvi non serve – ti saluto.

    Neo

    • OniceDesign
      luglio 17, 2015

      Tengo a precisare una cosa Neo. Non credo che siano molti, da queste parti, a superare i 2.000-3.000 euro per un bel lavoro di branding (che ricordo: non si tratta solo di “disegnare” un logo, ma è un mestiere assai più complesso e articolato), me compreso. Il listino proposto da Assocomunicazione, oltre che essere illegale, è esageratamente lontano dalla realtà, sono d’accordo con te. Non nego che esistano aziende in grado di pagare quelle cifre, ma nella capillarità italiana delle PMI la situazione è ben altra.

      Ma c’è un punto sul quale non transigo: questa sfrontata riduzione (da parte dei designer, ma anche e soprattutto del cliente) di ogni cosa a questione monetaria. Leggi il tuo pur legittimo commento: soldi, soldi, soldi. Nessuno parla della qualità del lavoro, di come capire e sviluppare un brand, di quanto una buona identità aiuti lo sviluppo di un’azienda, di quanto un naming e un logo azzeccati aiutino la riconoscibilità dell’azienda e la vendita del prodotto. La domanda che i clienti fanno sempre non è: “Tu che visione hai in proposito?” oppure “Analizziamo insieme il target a cui vogliamo rivolgerci”, ma “Quanto mi costa questo? Quanto mi costa quello?”.

      Sulla lunga distanza questa cosa diventa frustrante, te lo garantisco. La guerra del prezzo – che poi è una guerra tra poveri per 20 o 50 euro, intendiamoci – non fa bene a nessuno. Ci vorrebbe forse un filo di rispetto in più: da parte nostra nel considerare le capacità economiche dell’azienda con cui lavoriamo (ma non dirmi che tra crowdsourcing, ragazzini improvvisati, nipoti dell’amico e smanettatori di Photoshop cinesi tu non riesci a trovare soluzioni per avere un logo a basso costo, se è questa la cosa importante), ma soprattutto da parte del cliente nel considerare il nostro lavoro (quando è fatto bene) con il rispetto che meritiamo.

      • Neo
        luglio 17, 2015

        Ho letto con interesse la tua risposta Onice e provo a offrirti una sponda a riguardo.

        Comprendo pienamente il tuo sentimento di frustrazione, perché lavoro in un settore (quello vinicolo) nel quale il valore finale del prodotto non è espresso esclusivamente dalla sintesi dei costi meramente industriali più l’aggiunta del ricavo desiderato, anzi a volte non dipende nemmeno dagli sforzi che le singole aziende fanno per presentarsi in una determinata nicchia (la collocazione geografica è micidiale a riguardo). Per cui mi sono trovato spesso in situazioni in cui il cliente non “rispettava” commercialmente la mia azienda.

        A riguardo, su come affrontare la questione non mi permetto di darti consigli o insegnarti nulla, perché da come parli sei certamente uno che sa come vendere il proprio lavoro e affrontare queste cose.

        Vorrei però rispondere lo stesso ad alcune delle questioni che sollevi, a beneficio di chi passa, perché mi sembra che tu le affronti solo dalla prospettiva del creativo.

        La riduzione di ogni cosa a una questione monetaria non è sfrontata, è economia aziendale.

        Quando parli di “come capire e sviluppare un brand, di quanto una buona identità aiuti lo sviluppo di un’azienda, di quanto un naming e un logo azzeccati aiutino la riconoscibilità dell’azienda e la vendita del prodotto”, sono perfettamente d’accordo, ma io allora ti dico: “guarda che questo non è il di più” che tu mi offri. Deve essere proprio la base su cui collaborare. Ed è quello che fa diventare “investimento”, un “costo” e voi, da meri esecutori a consulenti.

        Purtroppo però a parte te e qualche altro, guarda che ci sono tante aziende di grafica che quel tipo di lavoro non lo fanno proprio o lo fanno male. Senza contare che i committenti possono non essere alla ricerca di tanto studio, nè essere preparati a capire quanto in profondità un (buon) lavoro di quel tipo possa funzionare (ricordo il caso di AMD che vendette per un periodo più processori di Intel perchè, benché inferiori, le scatole erano più belle…). Riprendendo l’esempio del mio settore, io posso proporre una bottiglia di qualità al pubblico, ma se il pubblico non lo evangelizzo sul perché deve pagare la tot cifra, il pubblico continuerà a dire: sai che c’è, mi compro Tavernello e bevo la stessa quantità di vino a una frazione di costo. Vino è il mio, e vino è Tavernello. Cantina sono io e cantina sono loro. Oppure ancora, se pretendo che tutti stiano a consumare vino di fascia medio-alta, sono totalmente fuori strada. Allora io produttore, pure ben conscio di fare un lavoro di qualità, ricercato, in linea con la tradizione, “culturale”, devo però essere agnostico nei confronti del mercato. Neutrale. Devo ragionare aziendalmente ed essere capace di tirar fuori un’offerta mista, che vada bene ai miei potenziali clienti. Senza aver paura di spiegare loro: guarda questo costa poco perché la lavorazione è l’affinamento sono semplici, questo costa tanto perché c’ho buttato il sangue, per cui se lo usi con le portate del tuo ristorante fai più bella figura. E anche se alcuni li evangelizzo, gli altri non posso certo stare a giudicarli se sono consumatori occasionali che mai distingueranno un vino buono da uno mediocre (o un design studiato da uno fatto tanto per fare).

        Nella mia esperienza ho visto solo due o tre aziende di grafica lavorare “da aziende”, ovvero offrendo preventivi corredati da contratti con termini precisi circa i lavori e le modifiche che avrebbero fatto, e analizzando nel dettaglio le scelte che secondo loro andavano fatte nei vari progetti di cui discutevamo. Per il resto ho visto solo tanta improvvisazione, che infatti poi si ripercuoteva anche nella qualità mediocre dei loro lavori e mi ha spinto al fai da te, visto che non faccio schifo come grafico. Purtroppo non si può pretendere che sia il cliente a porre le domande. Siete voi che dovete sentirvi innanzitutto “consulenti” e istruire il cliente. Poi se ti capita quello che proprio non recepisce, sono problemi suoi, è lui che non può essere tuo cliente o che deve essere il tuo cliente di fascia bassa a cui fai il lavoretto a basso costo.

        • Daniele Brancato
          luglio 18, 2015

          Quanto studio ed esperienza sono necessari per realizzare in una o due ore un logotipo a regola d’arte (lasso di tempo che è chiaramente insufficiente ma prendiamolo per buono)? Il fatto che il grafico ci riesca in due ore non significa affatto che quel logo “valga” due ore di lavoro ma che è riuscito a farlo in due ore per via dei 5 anni minimo di studio fatti all’Accademia (che non è gratis) e grazie all’esperienza accumulata. E queste sono competenze che vanno pagate. Lei paga il medico in base a quante ore ci mette a visitarla o perché ascoltando la sintomatologia è in grado di risalire alla patologia? Ma potremmo dire lo stesso del meccanico. Il tempo è una variabile ma non è la più importante. Comunque dato che lei sostiene (e chi siamo noi per dubitarne) di riuscire ad ottenere gli stessi risultati in ambito di comunicazione visiva che otterrebbe affidandosi a studi grafici, magari da domani comincerò a produrre vini e affiderò l’immagine aziendale ai cinesi… non sta tremando? Non teme l’entrata sul mercato di un competitor che può rosicchiarle mercato? Fa bene. E francamente nemmeno io.

      • valerio
        luglio 23, 2015

        ohhhhhh finalmente e cche cavolooooooo!!! una risposta come la cercavo io dauno che probabilmente ha la passione di fare ciò che ama con passione!!!!! lo ..compatisco!!!!
        se ti va ancora di parlare di valori, rispetto e sopratutto visioni di impatto artistico commerciale, con piacevole dispiegamento delle antenne!!!!!! mi farebbe piacere condividere alcuni pensieri con te ONICE. a presto
        mi interesserebbe sinceramente un tuo pare su alcune idee. ciao

        vmax

        • OniceDesign
          luglio 23, 2015

          Ti aspetto, Valerio!

    • Giovanni
      agosto 28, 2015

      certo se progetti un logo in 6/12 ore….

  • Ste
    luglio 17, 2015

    Buongiorno,
    mi inserisco in questa interessante discussione poiché dopo 25 anni di onorato servizio in questo settore, ho deciso di “mollare il colpo”. Colpa della crisi? Macché! La “crisi” in questo lavoro c’è da sempre, almeno dal 1993. Da allora non ci siamo più ripresi e le forze si sono spostate gradatamente dallo sforzo creativo alla rincorsa a farsi pagare. A mio avviso di base c’è il non aver saputo tutelare il lavoro del creativo proprio da parte di quelle SUPER organizzazioni di categoria che tutto fanno tranne l’unica cosa veramente utile: l’itituzione di un ALBO. Se si fosse potuto accedere tramite esame di stato riconosciuto all’ALBO (come fanno avvocati, i commercialisti, gli psicologi e altri) si sarebbe potuta tutelare la categoria di professionisti, esibire certificazioni, distinguersi da coloro che si approcciano alla professione perché hanno in-design e photoshop in versione CRAC. Questo ho aspettato per oltre 25 anni e questo non è stato fatto. E’ un problema legato al rispetto della nostra professione e al deficit culturale che attraversa la nostra società, che non è mai cresciuto, capace di magnificare le opere d’arte rinascimentali (e ci mancherebbe!) ma incapace di riconosce l’arte in altre forme (come la grafica). Avete provato oggi a chiedere ad una piccola azienda di sborsare 2000 euro per un logo? Ma siete matti? Insomma, guardiamo in faccia la realtà, questo non è un paese per grafici.

    • OniceDesign
      luglio 17, 2015

      Brava. Non so se l’Albo può essere completamente la strada giusta. Sicuramente lo è più che istituire premi fanfaroni e far circolare sottobanco vecchi listini aggiornati di un’era che non esiste più.

      • Neo
        luglio 17, 2015

        Non credo che l’albo sia una via perseguibile nell’era delle liberalizzazioni e – soprattutto – della globalizzazione (non sottovalutate l’esempio del cinese fatto sopra).

        Indubbiamente però esiste un problema grave di professionalità che la categoria dovrebbe affrontare.

        Nella mia esperienza quotidiana purtroppo la maggior parte dei grafici con cui ho avuto a che fare non mi ha mai soddisfatto per qualità del lavoro e per questo, complice anche la mia passione per la materia, mi ci sono dedicato direttamente io stesso – del resto sono capitato qui proprio gironzolando tra i siti di settore alla ricerca di spunti per un nuovo progetto che sto realizzando.

        C’è sicuramente un deficit culturale in Italia, ma credo che si tratti più che altro del problema del “piccolo è bello”, che è un adagio in parte vero, ma anche molto limitante. Non abbiamo la forza di pagare meglio, perché siamo troppo piccoli. Ugualmente voi non avete forza contrattuale (e qualità) perché siete atomici.

        Nella mia zona ci sono molte aziende di grafica che potrebbero unirsi e offrire servizi integrati. Preferiscono invece ammazzarsi a vicenda, offrendo servizi scadenti a prezzi che ovviamente sono stracciati. Quel listino sarà irraggiungibile, ma già se poteste spuntare un 10% in più sui prezzi di mercato reali non credo vi dispiacerebbe.

  • Alberto
    luglio 17, 2015

    Sono un grafico, ormai nell’ambiente da 7 anni, si inizia con i migliori sogni ed i migliori propositi, nel 2008 ho raggiunto le semifinali mondiali dell’ADAA (Adobe Design Achievement Awards), lo vedevo come un punto di partenza per una florida carriera; poi ci si scontra con il mondo reale; l’ambiente è saturo, inflazionato, per sopravvivere non resta che adeguarsi, si diventa sempre meno grafici e sempre più “assemblatori” come li chiamo io, non posso vendere un logo per 4000 euro, o almeno IO non ci riesco, impegnando tra le varie revisioni 10/15/20 ore del mio tempo; ma posso vendere 10 loghi a 400/500 euro l’uno, acquisto un vettoriale stock, apporto qualche modifica, studio il font, eventualmente un pò di lettering, tempo stimato, 1 ora per logo. Ora fate il rapporto €/ora e vi rendete conto che è comunque ben pagato. L’importante è che il cliente abbia ben chiaro che si ha ciò per cui si paga, non posso garantire l’unicità del logo, ma quando si lavora con le piccole aziende o con i liberi professionisti questo non è un problema, il problema invece è se chiedi alla parrucchiera di Treviso o alla pizzeria di Milano Marittima 12’000€ sull’unghia.
    Il listino non funziona, bisognerebbe scindere i veri grafici (aspirazione che rimarrà quasi sicuramente incompiuta) dagli “assemblatori” perchè ormai sono due categorie distinte. Lancio però una provocazione; la settimana scorsa ho visitato un’importante agenzia della mia zona con cui sono in contatto, agenzia che lavora con grandissimi brand, e probabilmente è in linea con i prezzi proposti dal listino; ho visionato il loro ultimo lavoro work in progress, un sito web… essenziale, pulito, un bellissimo sito… ma nulla di così distante da quanto si può acquistare su themeforest, allora vale ancora la pena essere dei “grafici”?

    • Neo
      luglio 17, 2015

      Bravissimo Alberto, il tuo intervento è perfettamente in linea con la mia esperienza di committente. In particolare l’ultimo esempio.

      Siete in un settore in cui la conoscenza e le tecnologie non sono più appannaggio di pochi eletti. Oggi chiunque (non solo il pischello col photoshop taroccato che Onice evoca), con un minimo di pratica dello strumento e un discreto occhio, può realizzare un lavoro semiprofessionale e comunque percepito come accettabile, dignitoso, a volte pure funzionale (ritorno all’esempio di Twitter…), per quella che è la realtà delle richieste del mercato, fatto di piccole aziende il cui valore specifico risiede nel prodotto o servizio erogato e non certo nel confezionamento esteriore.

      Quindi fai bene tu con la tua politica da “assemblatore”, che magari farà pure schifo all’artista che è in te, ma che, imprenditorialmente parlando, è corretta, perché adeguata alla tipologia di clientela che ricevi.

      Del resto il problema è di natura finanziaria. Io posso pure ritenere il logo un investimento pari pari ad un macchinario (e non è vero, visto che il macchinario produrrà CERTAMENTE in base agli standard, mentre la percezione del logo presso i miei clienti non è certa), ma allora i 17.000 euro te li devo dare in leasing in 10 anni…

      • Daniele Brancato
        luglio 21, 2015

        Per fare degli esempi forse più comprensibili per chi ha menti così pragmatiche: è come se due donne (o due uomini) si recassero a una serata di gala convinti di fare un figurone e si ritrovassero con lo stesso vestito. È come vantarsi di avere un’opera d’arte contemporanea in salotto e scoprire che in realtà è una stampa dell’Ikea. Per carità, sono belle le stampe dell’Ikea, ma devo DAVVERO spiegarvi la DIFFERENZA tra una produzione IN SERIE e un PEZZO UNICO?
        Signor Neo più la leggo più è forte il sospetto che sia qui a trollarci. “Oggi chiunque con un minimo di pratica dello strumento e un discreto occhio, può realizzare un lavoro semi-professionale”, bene… allora semi-professionale sarà l’azienda che ha affidato il lavoro a quel “chiunque con buon occhio” e semi-professionale sarà il prodotto che l’azienda produce. Se miriamo alla semi-professionalità anziché alla professionalità, alla commestibilità del piatto anziché alla squisitezza, alla semi-qualità del prodotto anziché alla qualità, allora va bene…. (‘nsomma).
        Ma Lei lo sa signor Neo che esistono formule matematiche, teorie di psicologiche del colore e di percezione della forma che garantiscono che un potenziale consumatore, passando dallo scaffale AFFOLLATO da CENTINAIA di prodotti concorrenti dalle grafiche sfavillanti, si fermi a contemplare proprio il Suo prodotto? Si tratta di una battaglia per la sopravvivenza, di sforzi per EMERGERE dalla MASSA… e nella mischia chi riuscirà a farsi largo? Chi non ha sbagliato nulla e ha curato tutti i dettagli. Chi non si è limitato a giustapporre due colori che stanno bene insieme ma ha saputo toccare certe corde del desiderio nel consumatore finale. E poi l’esempio dei cinesi… ma perché i cinesi non possono essere ottimi grafici? Oppure tutti i cinesi grafici sono propensi a svendere il proprio lavoro intellettuale? Non stiamo parlando di abiti contraffatti ma di lavoro concettuale. Non conta la manovalanza conta il cervello e per quella la geolocalizzazione non è rilevante!
        Il Suo prezioso macchinario le garantisce la produzione del prodotto? Certo. Ma metta sul mercato il suo prodotto NUDO, o mal vestito, o con gli abiti sbagliati, e poi mi dica se “il confezionamento esteriore” è o non è importante. Se il suo prodotto verrà o non verrà notato e quindi acquistato. È il packaging a dialogare col consumatore e a convincerlo che il prodotto è di qualità, o che è conveniente, o che è buono… l’assaggio è successivo all’acquisto. Ma potremmo parlare anche degli spot pubblicitari delle emittenti regionali dove il dilettantismo è ancora più evidente e molti prodotti dignitosi in sé vengono percepiti come scadenti perché scadente è la ripresa, scadente è la motion graphics, scadente è il montaggio, scadente la dizione della voce fuoricampo. E di quei 6×3 ritenuti geniali e audaci dai committenti quando invece risultano ridicoli e volgari e subiscono l’oscuramento da parte delle autorità comunali? Perdiamo soldi, perdiamo tempo, danneggiamo la reputazione del prodotto.
        Certo Lei mi dirà che basta applicare la “diligenza del buon padre di famiglia” per evitare alcuni inconvenienti, almeno quelli più grossolani, è vero… ma fare riferimento al “confezionamento esterno” come a un aspetto disgiunto al prodotto anziché PARTE integrante del prodotto rivela mancanza di educazione all’immagine e una certa misura di incoscienza. “La percezione del logo presso i miei clienti non è certa”, non lo è sicuramente quella del logo che ha fatto LEI! Ma un logo a differenza di ciò che pensa non è qualcosa che si getta allo sbaraglio incrociando le dita e sperando vada bene. Lei si basa sul suo buon gusto, ma gli elementi da prendere in considerazione per la progettazione sono ben altri! Il marchio, ma vale anche per i prodotti materiali, è il frutto di indagini di marketing, di studio della concorrenza, di FEEDBACK da parte di focus group/consumatori campione (la matematica e la gestalt l’ho già citata).
        Lasciare al caso elementi che possono decretare il successo o il fallimento della propria attività fa parte di quel Dilettantismo che è il cancro della comunicazione. Che poi un imprenditore debba fare OBBLIGATORIAMENTE delle scelte di carattere economico, e che i soldi non possano materializzarsi dal nulla quando non ci sono, è un altro paio di maniche. Ma qui si vogliono giustificare scelte di carattere economico con frasi del tipo “vabbé tanto è uguale o quasi”. Si facciano le scelte che si ritengono più sostenibili, ma si abbia almeno l’onestà intellettuale di dire “so a cosa sto rinunciando e il peso che ciò può avere sulla mia attività, tuttavia non posso fare diversamente”. Oppure “per me sono tutte stupidaggini, ciò che conta è la mia bella faccia e il mio bel prodotto” e in quel caso in bocca al lupo.
        Signori, che quei listini siano impraticabili siamo tutti d’accordo, ma per piacere basta sciocchezze che tirano acqua al proprio mulino.

        • Alberto
          luglio 22, 2015

          “so a cosa sto rinunciando e il peso che ciò può avere sulla mia attività, tuttavia non posso fare diversamente” ecco questo è importante, I miei clienti sanno benissimo che acquistano delle stampe ikea, e per il mio mercato di riferimento, piccole imprese e liberi professionisti questo è il massimo a cui possono aspirare tenendo conto del budget. Inoltre la maggior parte dei loro competitor ha un livello di comunicazione che va dalle “stampe ikea” a scendere.
          Non sono d’accordo invece sul fatto che chiunque con un minimo di pratica dello strumento e un discreto occhio, può realizzare un lavoro semiprofessionale, passi anche che alcuni hanno un talento naturale, ma il design è anche altro lasciando perdere teorie del colore e di composizione (alle quali si può sopperire in parte con il talento), c’è tutto l’aspetto tecnico da non sottovalutare, e li non si può improvvisare.

        • OniceDesign
          luglio 22, 2015

          Mi sento di sottoscrivere ogni singola parola. Quando si parla di capire il valore della comunicazione, non stiamo dicendo: “Devi spendere un milione di euro per farla”. Stiamo dicendo (e in questo il listino è un’indicazione, pur esagerata e distante dalla realtà, ma un’indicazione): “La comunicazione ha un costo perché ha un valore, un peso, un’importanza fondamentale”. Di questo il cliente deve rendersi conto. Poi, vogliamo ragionare sui 100 o 1000 euro? Mi sta bene. È business, fa parte del gioco. Ma almeno siamo consapevoli che, volendo cercare a tutti i costi il minor prezzo, stiamo rinunciando ad elementi fondamentali per la nostra azienda.

    • Daniele Brancato
      luglio 21, 2015

      Davvero non capisco. Che vuol dire “nulla di così distante da quanto si può acquistare su themeforest”? Che termine di paragone è? I template su themeforest sono creati da grafici molti dei quali davvero bravi, la differenza tra quei template e quelli creati ad hoc non sta nella “distanza” tra i design, ma dall’UNICITA’. Lo stesso tema su themforest può essere acquistato da “n” clienti, quello creato ad hoc rispecchierà ESATTAMENTE i criteri di ORIGINALITA’ e UNICITA’, nonché l’identità aziendale progettata dal grafico in sinergia col cliente. Il fatto che si possa ottenere un lavoro più che dignitoso acquistando e assemblando non deve assolutamente sottostimare l’importanza di una corporate IDENTITY riconoscibile, unica e in linea con la mission aziendale. Ripeto, va bene acquistare e modificare template (sul fare lo stesso coi loghi non sono d’accordo, per me è come falsificare carte d’identità o la patente) ma se uno studio grafico realizza un sito minimale, pulito, bellissimo e…. UNICO, bisogna rispettare il valore e del lavoro dello studio e dell’azienda che ha dimostrato di comprendere l’importanza di una comunicazione “fuori-serie”.

      • Alberto
        luglio 22, 2015

        Mi trovi d’accordo sui criteri di UNICITA’. Ma se parliamo di originalità ci sarebbe molto da discutere, posso dirti che il sito visionato era sicuramente unico, ma era originale? secondo me no. Era il classico sito minimal con lo stile trito e ritrito che ormai si vede ovunque, se andiamo a sezionarlo ed esaminiamo ogni singolo elemento, sa tutto di già visto (almeno per me che per deformazione personale passo molto del mio tempo anche solo a guardare e studiare i template altrui), il menù l’avrò visto sul template X, la gallery masonry sul template Y, e così via. Acquistando e assemblando non si ottengono solo risultati dignitosi, spesso si ottengono risultati anche al di sopra delle aspettative proprie e del cliente, perchè come hai giustamente detto i designer che vendono template sono molto bravi, sta poi al noi trovare la giusta amalgama nell’implementazione dell’identity. Io sono il primo pronto a riconoscere l’importanza di un design unico, perchè per aziende di medio/alto livello è un fattore imprescindibile, ma non esistono solo i pesci grossi. Un’ultimo pensiero e un’ultima provocazione visto che sembrano funzionare… è anche una questione di percezione, e se io grafico di mestiere, faccio veramente fatica a volte a trovare il valore aggiunto (unicità a parte) di un sito “fuori-serie” confrontandolo con quanto acquistabile, quanto credi questo possa essere avvertito dagli utilizzatori finali del sito che non hanno alcuna competenza in merito?

  • mariano giusti
    luglio 24, 2015

    Articolo di una pochezza imbarazzante, senza offese ma totalmente pointless.

    Il prezzo oltre alla reputazione o grandezza del cliente dovrebbe farlo la reputazione o grandezza del fornitore.

    Esempio: hai in portfolio Apple, Coca Cola e Nike? mi chiedi 35000€ per un logo? La richiesta ci sta.

    Esempio 2: sei un freelance con in portfolio il negozio di scarpe del cugino, il proprio sito web e il blog della fidanzata? MI chiedi 1000€ per un logo? vai a cagare.

    • OniceDesign
      luglio 24, 2015

      Pointless? Il punto non è mai stato: voglio un listino che mi permetta di chiedere 35.000 euro per un logo a tutti i miei clienti. Sarebbe una presunzione senza alcun collegamento con la realtà in cui vivo e lavoro da ormai 15 anni. Il punto casomai è: che valore ha il nostro lavoro? Quanto sono disposti a spendere i clienti per un lavoro ben fatto – e quindi: quanto credono che valga il nostro lavoro ben fatto? Quanto capiscono, i clienti, del nostro lavoro e delle implicazioni che ha sul loro futuro professionale? Come fanno i clienti a valutare un designer? Dal loro portfolio (e se sì, con quali criteri?)? Dal prezzo, innescando una gara al ribasso che non fa bene a nessuno?

      Il resto, mi spiace, è filosofia. Non è detto che chi lavora bene lavora solo per i grandi. Te lo posso assicurare. Io non chiedo 1.000 euro per lo studio di un brand (che non è solo “il logo”); chiedo due o tre volte tanto, e mai nessuno mi ha mandato a cagare né si è dimostrato insoddisfatto del mio lavoro. Conosco dozzine di professionisti straordinari che meritano eccome 3.000 euro per un lavoro di brand design: eppure in portfolio non hanno né Nike, né Apple, né Coca-Cola.

      Aggiungo che i commenti qui e sui social network (commenti ficcanti, aperti al dialogo e che hanno colto perfettamente il punto di questo articolo e del suo gemello sul blog ADCI) dimostrano, ancora una volta, che la pochezza imbarazzante è sempre e soltanto nella mente di chi legge ciò che vuol leggere.

      • mariano giusti
        luglio 24, 2015

        Che tu riesca a farti pagare bene non fa altro che darmi ragione.

        Te lo rispiego:

        L’articolo, imperniato su un presunto listino prezzi (finto o vero che sia, è il protagonista del pezzo, di questo stiamo parlando, non è che puoi venire fuori che poi volevi parlare di altro) che vede come unico parametro di valutazione la grandezza del cliente, omette completamente tra i fattori che determinano il prezzo quello fondamentale in qualsiasi compravendita: la reputazione del fornitore.

        Reputazione del fornitore che è dimostrabile univocamente solo tramite un portfolio.

        Dunque ben vengano i freelance a 100€, non tolgono certo il lavoro a quelli bravi e quello è il loro valore, e lo sa benissimo anche il cliente, e gli va bene così. E poi in qualche modo devono iniziare poveri ragazzi, non è che possono iniziare a chiedere 3000€ quando tutto quello che hanno fatto è impaginare una freepress da cocopro.

        Per mia esperienza (settore diverso ma affine: sviluppo software) i clienti che vogliono spendere poco è meglio evitarli come la peste, non convincerli a spendere.

  • whoof62
    settembre 9, 2015

    Buonasera,
    appartengo a quella categoria di grafici vecchio stampo che ha vissuto l’epoca “analogica” quando si facevano le selezioni fotografiche, i chromaline, le pellicole.
    Il CTP era un sogno, la teoria del colore era il pane quotidiano, i densitometri e compagnia cantando. Eppure questo meraviglioso lavoro fatto anche di studi sulla strategia, di approfondimenti sui competitors, di sigle in pubblicitese ATL, BTL, ecc….è col tempo cambiato ma mai veramente riconosciuto. Ognuno di noi può leggere manuali di economia, medicina, architettura ma non per questo poter esercitare le professioni di commercialista, architetto o medico se non dopo aver superato esami ed abilitazioni statali. Perchè il grafico no? Perchè il tutto deve essere ridotto ad un computer ed un programma?

  • daniele
    settembre 7, 2016

    12.500 € per un logo??? ma forse se siete Satchi & Satchi o Fullsix. Ragazzi dai non giochiamo… vi viene un ristorante, un pub, un’azienda di trasporti…e voi chiedete 12.500 € per un logo??? sai come finisce? che perdete il cliente e anche i lavori futuri annessi… anche perchè quanto impiegate per fare un logo complesso?? facciamo 10 ore ( che sono un boato tra l’altro…) ? cavolo 1250 € all’ora credo neanche un calciatore 🙂 dai dai scendete con i piedi per terra e pensate a lavorare.

  • Giuseppe
    aprile 19, 2017

    non so come sono finito su questo vecchio post… ma l’ho riletto tutto per filo e per segno… e perdonatemi, ma la differenza tra i vecchi e i “giovani” si evidenzia subito, purtroppo temo che anche da parte delle nuove leve non ci sia la percezione di quanto vale questo lavoro se fatto DAVVERO come si deve.

  • Fabio
    agosto 24, 2017

    Esame di accesso alla professione, istituzione dell’ordine, tariffe minime di legge. Regolamentazione! Basta con il Far West, la grafica è una cosa seria. Lo diciamo da una vita e nessuna organizzazione privata di settore è mai stata capace di possedere un peso contrattuale tale da sensibilizzare le istruzioni. Troppe truffe in giro a spese delle aziende, troppi prodotti grafici pessimi e inutili, troppi personaggi che si fregiano del titolo di grafico, art director ecc. senza una preparazione specifica.

  • Fabio Ferri
    settembre 26, 2017

    Ritengo che sia assolutamente logico che vada stabilito un Tariffario Minimo, Medio e Massimo per le Prestazioni Professionali in Grafica; Graphic Design; Immagine Coordinata; Branding; Rebranding; Advertising BTL/ATL/Online e anche per Web; Viral; Guerrilla Marketing ed Ambient ADV. E’ inutile dilungarsi sulle Categorie: basta prendere come reference le Categorie dall’Indice di ogni Annual ADCI o dal CFE dellADCI Award (del D&AD o di qualunque altra Call for Entries di Cannes Lions o Epica o NY Festival). Se il Lavoro Creativo (lo scrivo volutamente con le maiuscole) nell’Italia del 2017/18 non è riconosciuto economicamente con il giusto ed equo Valore, ciò è dovuto (anche) alla mancanza di un LISTINO condiviso e comunemente riconosciuto valido, giuridicamente, sindacalmente e professionalmente da Clienti; Creativi e Fornitori. Un TARIFFARIO che serva da Reference e da TUTELA RECIPROCA (dell’Azienda, dell’Industri “Profit”, dell’Istituzione statale e P.A. così come dalle ONG e Associazioni ‘No Profit’) e che sia applicato (cum grano salis) da parte dei professionisti (riconosciuti per Creatività ed Esperienza sul mercato locale e globale). Non è questione di Crisi o di Inflazione del numero di Professionisti nel settore Creativo: queste sono solo scuse per sfruttare il Lavoro (ed il/la Lavoratore/trice) Creativ@ e NON pagarli il . Se è pur vero che alla crescita quantitativa e qualitativa delle Tecnologie e dei cosiddetti ‘Social’ Media, si assiste ad una tendenziale linea grafica discendente (Forbice) della QUALITA’ delle Idee Creative realizzate e prodotte e diffuse sui Mezzi di Comunicazione di Massa (Strade incluse) ed ad un tendenziale conformismo (dovuto al poco coraggio di Creativi e Aziende), è altrettanto vero che il MIX tra IGNORANZA (in termini di formazione professionale) e di ARROGANZA (da ambo le parti: creativi neonati malformati e brand managers incompetenti e improvvisati) STA MINANDO LE BASI DI FIDUCIA, RECIPROCO RISPETTO e NATURALE TALENTO, che devono regolare questo nostro amato Lavoro. Lavoro che, come quello dell’Artigiano, dell’Operaio specializzato, del Chirurgo, dell’Attore, del Jazzista o del Direttore d’Orchestra è dato dalla somma di CREATIVITA’ ed ESPERIENZA. Dove la quantità della prima può a volte essere sopperito dalla quantità della seconda. Ma nessuna delle due componenti può mai mancare, per far valere IL GIUSTO RICONOSCIMENTO DEL VALORE ECONOMICO DEL LAVORO CREATIVO. Ben venga dunque il Tariffario ASSAP o ADCI 2017/2020: poi si possono sempre applicare degli sconti (per il Social/No Profit o per Aziende che investono p.es. sotto i 10.000 €) ma va assolutamente STABILITO, SCOLPITO SUL GRANITO e SHARED ONLINE UN TARIFFARIO MINIMO RICONOSCIUTO E CONDIVISO, SOTTO IL QUALE NESSUNO, ripeto NESSUN@ deve mai essere disposto a Lavorare Creativamente. GRAZIE PER AVERLO AGGIORNATO. (: Fabio Ferri C.V./Art Director (since 1986). PS: Dumping; Crumiraggio e Autosfruttamento/Zooppaggio uniti a Codardia; Incompetenza; Arroganza e mancanza di Coraggio intellettuale, sono i nostri nemici.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *