10 consigli per un portfolio migliore

di 19 settembre 2014 8 0

Il portfolio è uno strumento essenziale nel nostro lavoro: in questi anni ne ho visti di tutti i tipi, online e offline, e nel mio piccolo sono arrivato ad un paio di conclusioni utili da condividere. Non è solo uno strumento di presentazione di lavori passati: è anche il nostro (vero) biglietto da visita, un’occasione di storytelling per la nostra attività professionale e, non da ultimo, l’occasione di contatto con altri professionisti del settore.



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1. Dietro ogni progetto c’è una storia da raccontare

La comunicazione non ha a che fare solo con l’estetica, ma anche e soprattutto con l’efficacia. Ogni progetto nasce in un contesto preciso: il briefing, il tipo di cliente, il budget previsto, l’analisi dei target, le strategie dei competitors, il tipo di comunicazione fatta fino a quel momento, la scelta dei media e così via. È importante che un portfolio metta in luce anche e soprattutto questi aspetti: non serve far vedere quanto si è bravi ad usare colori e font, piuttosto perché si siano scelti proprio quei colori o quei font, secondo quali ragionamenti e quali obiettivi.

Come fare? Anzitutto, non costruite portfolio di sole immagini. Basta poco testo: a raccontare cosa vi ha chiesto il cliente, quali direzioni avete scelto, perché avete fatto determinate scelte. In secondo luogo, non mostrate solo il lavoro finito: se nel vostro progetto inserirete anche immagini prese dal work in progress, gli schizzi sulla vostra agenda o le immagini d’ispirazione prese come riferimento visivo, avrete l’occasione durante il colloquio di raccontare il vostro percorso creativo.

 

2. Sempre e solo i progetti dei tuoi sogni

Un commento che mi è spesso capitato di sentire alle presentazioni dei portfolio (inclusa l’ultima a cui ho partecipato) è stato: “Però questo progetto io l’avevo pensato diverso”. Ecco, questa mi pare una vera idiozia. Sappiamo benissimo che, tra il nostro pensiero creativo e il risultato finale, ci sono spesso una serie di compromessi a cui scendere: con le esigenze, le preferenze ingiustificate o le idee malsane del cliente. Ma se il risultato finale non piace a noi creativi – e titolari del portfolio – perché inserirlo così com’è? All’agenzia che sta valutando un portfolio non interessa la visione del cliente: interessa la visione del creativo. Se questa visione, in qualche modo, è stata inquinata dai ragionamenti intermedi col clienti, che necessità abbiamo di mostrare quel lavoro così?

Il mio consiglio quindi è: non mostrate i progetti come sono, ma come avreste voluto che fossero. Le influenze del cliente non interessano a nessuno: chi guarda il vostro portfolio deve vedere voi, la vostra idea, la vostra capacità creativa, la vostra visione.

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3. Solo i progetti migliori?

Qui c’è una discussione ancora aperta. Anche perché, intendiamoci, c’è da capire cosa si intende per “migliore”. La questione è: ha senso riempire il portfolio di moltissimi progetti (alcuni migliori, altri necessariamente peggiori) per dimostrare di essere in grado di svolgere numerosi compiti diversi, o è meglio selezionare severamente i progetti per arrivare ad un portfolio minimale e ricco di personalità e originalità – ma col rischio che chi lo vede pensi, per esempio: “Ma questo fa solo loghi?”?

Personalmente, cerco una via di mezzo. Dal mio portfolio ho intenzionalmente escluso tutti i progetti web: ne ho di buoni e di meno buoni, ma non mi interessa mostrarli perché non è un aspetto del mio lavoro che mi piace fare. E, lo confesso, alcuni dei progetti che presento potrebbero essere rimossi: li tengo nel portfolio perché, nella mia esperienza di colloqui con i clienti, so che funzionano proprio nell’ottica del “So fare anche questo” o del “Questo lavoro mi permette di parlare di un aspetto di me”. Ma non dimenticatevelo: quando l’esperienza sarà sufficiente, potrete (e dovrete!) permettervi di trasformare il portfolio in una visione del lavoro che vorreste fare, non di tutto quello che avete fatto. Se odiate fare i loghi, togliete tutti i progetti di brand design; se odiate fare etichette e scatole, buttate via tutti i progetti di packaging.

 

4. Non dimenticare i progetti personali!

Molti neo diplomati o laureati (ma non solo) che si affacciano a questo mestiere si presentano con portfolio scarni e scarsissimi. Mi rifaccio a quanto già scritto sopra: all’agenzia interessa marginalmente il fatto che i lavori siano fatti su commissione e siano, diciamo così, veri. Ad un colloquio, nessuno si aspetta che un ventenne abbia già lavorato per decine e decine di clienti: ma si aspetta comunque di percepire la visione e l’intenzionalità creativa di chi ha davanti. Per questo, non posso che consigliare di inserire anche progetti personali: immaginate un lavoro, un briefing e un obiettivo, e realizzate il lavoro (per una volta senza dover scendere a compromessi con un cliente!). Possono essere magliette, illustrazioni dei vostri amici, il vostro brand personale, il restyling di un brand famoso (vuoi mai che ti notino e ti assumino, come è successo ad Andrew Kim?).

È un consiglio che mi sento, in realtà, di estendere a tutti: il progetto personale aiuta sempre ad intuire parte di quella creatività inespressa che, irrimediabilmente, in un lavoro su commissione rischia di restare in secondo piano.

 

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5. Conquista il tuo stile, un passo alla volta

Altra questione difficile: meglio mostrare di avere uno stile fortemente codificato attraverso lavori simili e con la medesima visione sottostante, o dimostrarsi flessibili nelle varianti stilistiche, nelle tecniche, nei risultati? Qui credo che la risposta sia più obbligata: lo stile è una cosa che si scopre e si conquista col tempo e l’esperienza. Se siete giovani e siete sul campo da poco, premiate la flessibilità: dimostrerete a tutti che le vostre capacità sono ancora fresche, malleabili, elastiche rispetto al mercato. Se avete già qualche anno sulla schiena, invece, cercate di preferire uno stile omogeneo (questo discorso è diverso se siete illustratori o artisti grafici: in questo campo, lo stile vincente è quello definito e originale già all’inizio): in realtà, vi accorgerete che il vostro stesso portfolio, con gli anni, si uniformerà rispetto ad alcune tendenze.

Ciononostante, non abbiate fretta di mostrare il vostro stile – a meno che non ne siate già profondamente convinti. Rischiate di giocare a fare la brutta copia di designer assai più famosi, di non essere abbastanza originali o, peggio ancora, di limitare il vostro portfolio a troppi pochi lavori.

 

6. Portfolio stampato o portfolio digitale?

Un portfolio ha senso quando è aggiornato di frequente: i lavori invecchiano, il mercato evolve, il vostro stesso stile si modifica. Essere legati ad un prodotto stampato vi vincola, in un modo o nell’altro: a meno di soluzioni poco belle da vedere (cartoncini volanti, cartelline di plastica, raccoglitori ad anelli e porcherie simili), aggiornare il portfolio significa stravolgere, gettare, ristampare.

Per questo, nonostante io lavori esclusivamente in ambito print e brand, ho abbandonato il portfolio cartaceo molti anni fa. Il mio portfolio è solo online (su Behance, per inciso): immediato da condividere, facile da aggiornare e semplicissimo da portare in giro (basta coi chili di carta!) – uso su iPad l’app Portfolio di Behance. Perché proprio Behance? Vero, non è l’unico sito ad offrire soluzioni di showcase online: ma, complice anche il recente acquisto da parte di Adobe e la connessione diretta con la Creative Cloud, non c’è dubbio che sia la piattaforma più frequentata, comoda, nota e attiva della circolazione. Obbligatoria, secondo me, per ogni designer.

 

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7. Il portfolio va sempre aggiornato

Di conseguenza, il prossimo consiglio non può che essere questo: il portfolio va tenuto aggiornato. Che abbiate scelto la soluzione digitale o quella cartacea, poco cambia: i lavori nuovi vanno inseriti con una certa periodicità, e quelli vecchi vanno accuratamente selezionati ed eventualmente eliminati. Ve ne accorgerete col tempo: riguardando i progetti realizzati tre, cinque o dieci anni fa, non potrà che scapparvi un risata e magari una smorfia di ribrezzo. Ma è normale: fa parte dell’evoluzione del professionista. La vostra stessa faccia, purtroppo, potrebbe farla chi vede il vostro portfolio: quindi, aggiornatelo.

Dalle mie parti c’è un proverbio che dice più o meno: il calzolaio ha sempre le scarpe rotte. È un problema diffuso anche tra i designer: spesso c’è poco tempo per pensare al portfolio e aggiornarlo a dovere (vale anche per me: mi ero ripromesso di farlo quest’estate ma, dannazione, non ci sono ancora riuscito!).

 

8. Come visualizzare i progetti?

Che sia stampato o digitale, mostrare il progetto come risultato finito ha senz’altro un appeal diverso, rispetto alla semplice visualizzazione piana del vostro file. Premiate quindi soluzioni di render e mock-up (da visualizzare a video o stampare), dove al rettangolo bianco con i dati su fondo grigio sostituire la foto di una pila di biglietti su carta vera, appoggiati su un fondo legno. La differenza si vedrà, eccome. Anziché le schermate del vostro website, inseritele su un bel monitor iMac; mostrate le pagine della brochure come se steste fotografando in studio il prodotto finito – anzi, se vi va, potete fotografarlo sul serio (ma in questo caso, attenzione, alla qualità di luci e foto).

Si vedono centinaia, migliaia, milioni di portfolio. Probabilmente, in qualunque colloquio che farete sarete messi a confronto con altri colleghi. Diventa fondamentale a questo punto emozionare, coinvolgere, far sognare e immaginare un prodotto visualizzandolo il più realisticamente possibile. Anche investendo qualche euro per acquistare template già pronti (ne esistono di splendidi) o perdendo ore a dare la giusta prospettiva alla copertina di quel libro.

 

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9. Chi vedrà i vostri lavori?

Se siete fortunati, tutti. Basterà adottare la regola: condividere, condividere, condividere. È questo il consiglio più importante che io possa darvi. Vale soprattutto per il portfolio digitale, ma non solo: potete sempre fare degli scatti del portfolio stampato e pubblicarli sui vostri canali social. Quindi: il link va sempre sbattuto in prima pagina nel vostro blog e collegato con Facebook e Linkedin (Behance mette a disposizione un’apposita app per entrambi), ogni aggiornamento del portfolio va opportunamente twittato, salvato in apposite board su Pinterest o diffuso su Instagram con tutti i tag che vi vengono in mente. E, ovviamente, non dimenticatevi l’aspetto community di Behance: esplorate i portfolio dei colleghi, commentate, ringraziate per gli apprezzamenti e tenete d’occhio le statistiche.

E fatemi il piacere: niente inutili protezionismi da anni ’90. Lasciate perdere watermark e thumbnail piccolissime; e per carità, non pensate neanche per un momento “Non metto il mio portfolio online se no mi rubano le idee e i clienti”. È un atteggiamento vecchio e superato in quest’era dell’ipercondivisione, che rivela anche una certa insicurezza di fondo e un filo di paranoia nei confronti dei colleghi. Io sono online da oltre sei anni: mi hanno copiato qualche lavoro? Può essere, ma finché è nei limiti dell’ispirazione (andiamo, tutti ci guardiamo intorno alla ricerca di idee da cui prendere spunto) mi può anche star bene.

Sono i vostri lavori a parlare per voi: non dimenticatelo. Se la vostra voce è un sussurro nella tempesta, non vi sentirà nessuno; ma se urlate a gran voce in tutte le direzioni – e, naturalmente, se avete qualcosa di intelligente da dire – prima o poi qualcuno vi ascolterà.

 

10. Non c’è solo il portfolio

Non limitatevi a revisionare con cura il vostro portfolio, perché non è il vostro unico strumento di presentazione. C’è il curriculum, che va confezionato senza inutili invenzioni, con precisione e nell’ottica di trasmettere una visione completa del vostro modo di lavorare; c’è la lettera (o la mail) accompagnatoria del portfolio, che va studiata e ragionata con attenzione per non essere né pacchiana né troppo formale. E, ovviamente, c’è la vostra biografia. Non lo dico perché è di moda, ma la filosofia dello storytelling ha davvero una marcia in più: raccontate ciò che siete, ciò che fate e come lo fate con una storia che funzioni – che sia avvincente o romantica – perché sarà una delle prime cose che i clienti e le agenzie leggeranno. Cercate di far capire la vostra prospettiva rispetto al mercato creativo, il vostro focus creativo, il vostro modo di progettare e realizzare i lavori.

 

 

Le immagini sono prese dai portfolio online di Mads Berg, Snask, Maurizio Pagnozzi e Anagrama (quella in testa, invece, è robba mia).

 

 

 

8 Comments
  • Enzo Triolo
    settembre 19, 2014

    Condivido appieno ogni singolo punto da te espresso. Siamo nel 2014 (già al giro di boa, peraltro) e pensare al portfolio come a qualcosa da custodire gelosamente lo reputo un comportamento datato e deleterio; in fondo è il nostro lavoro che stiamo vendendo, e se nessuno lo vede (e magari lo apprezza) non si va molto lontano.

    Sono soprattutto d’accordo con te sulla questione dello storytelling, sul fatto di emozionare il cliente e il datore di lavoro nella maniera più appropriata (ne ho parlato giusto ieri sul mio blog – qui il link: http://www.enzotriolo.com/cose-il-graphic-design-almeno-per-me/ ).

    Da designer da poco sul campo lavorativo condivido molto il creare progetti dal nulla, ed è anche il consiglio che do a tutti quelli che mi fanno la domanda “ma che ci metto nel portfolio se non ho avuto modo di lavorare?”.

    Quindi gran bel post. Complimenti 🙂

  • OniceDesign
    settembre 19, 2014

    Grazie!

  • Riccardo
    settembre 19, 2014

    Interessante articolo!
    Io purtroppo non posso pubblicare un portfolio online perché l’agenzia per la quale lavoro full time da 4 anni mi ha espressamente vietato di condividere queste cose. Tant’è che uno dei partner aziendali mi ha chiesto di rimuovere anche l’elenco dei clienti (selezionati in modo da non rivelare quelli “top secret”) dal profilo LinkedIn (cosa che ho visto fare da moltissimi art director e visual designer mondiali). Reputo questo atteggiamento patetico e ridicolo.
    Purtroppo son dovuto sottostare a questa
    direttiva (anche se so benissimo che non vi è niente di scritto a tal proposito, ma solo una becera netiquette. Per questo e altri n motivi sto pensando di cambiare ambiente di lavoro. Quello che posso fare soltanto è fare un pdf da inviare privatamente via email o cloud sharing. Solo da un paio di mesi sto iniziando a realizzare dei progetti fittizi, che posso pubblicare online non tanto per mostrare con quali clienti lavoro di solito, ma per le mie abilità. È dura, ma non mi arrendo. Vorrei chiedere: dal punto di vista legale, cosa si rischia se il datore di lavoro scopre un portfolio online contenente soluzioni che ho ideato nella sua agenzia? Come posso tutelarmi? Grazie!!

    • OniceDesign
      settembre 19, 2014

      Guarda, la situazione non mi è nuova. In realtà la legge tutela il creatore dell’opera (cioè tu, non l’agenzia) in quanto detentore del diritto di paternità all’atto della creazione. Che tu lavori o meno per un’agenzia, la paternità dell’opera è tua. Per quel che ne so, quindi, l’agenzia non può impedirti di usare quei lavori nel tuo portfolio. Ovviamente, sei obbligato a creditare anche l’agenzia, citandola in ogni progetto realizzato per loro (io faccio così, se dai un’occhiata al mio portfolio).

      Ora dipende da te: rompere il cazzo con avvocati del lavoro e litigare, oppure scendere a patti con l’agenzia discutendone tranquillamente. Cerca di capire quale può essere il loro punto di vista, perché si ostinano a mantenere tutta questa finta segretezza e omertà su lavori, clienti, collaboratori, progetti.

      • Riccardo
        settembre 19, 2014

        “In realtà la legge tutela il creatore dell’opera (cioè tu, non l’agenzia) in quanto detentore del diritto di paternità all’atto della creazione.”

        Questo vale anche se sfrutto uno spazio (l’ufficio fisico) e delle attrezzature (hardware, software) che appartengono al datore di lavoro (ti ricordo che non sono freelance, ma dipendente a tutti gli effetti)?

        “Ora dipende da te: rompere il cazzo con avvocati del lavoro e litigare, oppure scendere a patti con l’agenzia discutendone tranquillamente.”

        Rompere il cazzo non credo valga la pena: faccio davvero prima a realizzare il portfolio online con progetti miei, fittizi, che sicuramente non possono interferire con la P.I. del mio datore di lavoro, che iniziare a scatenare un polverone simile (è un po’ difficile inventarsi i brief ehehe…) Ne ho discusso tranquillamente ma ho ottenuto il risultato tipico da ambiente di puro marketing e zero creatività: NO.

  • Melissa
    agosto 4, 2015

    Grazie! Articolo molto bello.
    Sto sistemando il mio portfolio in questi giorni e i tuoi consigli mi serviranno.
    Ho trovato molto interessante il punto 2 e ho pensato che anch’io inserirò dei progetti come avrei voluto che fossero e dei progetti fittizi.
    Io credo che realizzerò anche la versione stampata perché sono convita che sia meglio.
    Grazie ancora!
    Ciao

  • Noemi
    gennaio 20, 2016

    Articolo molto utile grazie!
    Volevo solo chiederti un info, nel portfolio. è “legalmente” possibile inserire lavori fatti per e con altre aziende?? Anche se il rapporto di lavoro è ancora in corso?
    Grazie Mille!

    • OniceDesign
      gennaio 21, 2016

      Tecnicamente sull’opera d’ingegno c’è il diritto di paternità di chi l’ha realizzata, chiunque sia il committente e il rapporto che li lega (dipendente, cococo, freelance) – con il “pagamento” (stipendio, fattura, ecc) si formalizza semplicemente la cessione dei diritti di utilizzo commerciali. Poi, entrano in gioco le dinamiche aziendali. È buona norma, ovviamente, citare l’agenzia per la quale si è svolto il lavoro. Ed è buona norma chiedere il permesso all’agenzia per la pubblicazione del lavoro. Allo stesso modo, è buona norma per l’agenzia non fare inutili protezionismi su queste cose: anzi, un’agenzia intelligente sa che è comunque il suo nome che viene pubblicato e diffuso – c’è solo da guadagnarci, per tutti, dalla pubblicazione di un bel lavoro.

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