Epilessia? Diamoci un taglio, insieme

di 6 aprile 2016 0 2

Di rado accetto di pubblicare contenuti extra rispetto al nostro lavoro. Ciononostante, Maurizio è uno di noi. Beninteso: ci conosciamo solo virtualmente, ci siamo parlati al telefono due o tre volte senza tuttavia mai incrociarci. Eppure è un designer che stimo, con una particolarissima attenzione agli aspetti tipografici (date un occhio al suo portfolio o a Letterpress Is Better e ve ne accorgerete); una persona sveglia, lucida, umile, competente.

E poi, Maurizio è papà. Sì, lo so, il club dei papà (come quello delle mamme) è un gruppo strano, una sorta di auto-affiliazione al motto di “Se non hai figli non puoi capire” – motto vero, ma solo fino ad un certo punto. In ogni caso: Maurizio è papà, come me. Solo che il suo piccolo Leonardo (nella foto cui sopra, con un bel poster stampato in Archivio Tipografico), al contrario dei miei bimbi e di molti altri, soffre di epilessia. Una epilessia difficile da curare perché farmaco-resistente, che obbliga da anni Leonardo e la sua famiglia a continui tour ospedalieri, operazioni chirurgiche delicate e attenzioni particolari. Parlare o incontrare Maurizio, nel tempo, è sempre stato condizionato dal momento storico di Leonardo: le persone qualunque possono non capire questi imprevisti, ma per un papà è diverso.

 

Ora: Maurizio ha attivato una campagna su Generosity, per raccogliere fondi a favore del Centro di Chirurgia per l’Epilessia “Claudio Munari” e, più in generale, per sensibilizzare riguardo la chirurgia per l’epilessia che, in molti casi, può essere una soluzione percorribile. O, nel caso di Leonardo e altri bimbi come lui, può essere l’unica soluzione percorribile.

Non mi dilungo a spiegarvi i dettagli, l’ha fatto meglio Maurizio in questo post su Medium (dove racconta la storia di Leonardo) e sul sito dedicato a Epilessia? Diamoci un taglio! Leggete, capite, imparate, condividete.

 

C’è sempre un certo distacco, in alcune persone, riguardo queste iniziative. A volte è la poca fiducia, a volte la distanza rispetto ad un problema, a volte è l’ignoranza. Vi chiedo: siamo community, siamo designer? Forse sì, forse no. Ci insultiamo e prendiamo per il culo, critichiamo i lavori altrui, i cugini dei titolari, le richieste assurde dei clienti. Però, prima che creativi, siamo umani. Non freelance, non italiani, non papà, non sani o malati, non padri di figli sani o malati, ma umani. Possiamo forse far poco per gli enormi problemi che assillano il pianeta, ma possiamo fare molto per aiutare qualcuno che, chissà, potrebbe essere seduto dietro di noi alla prossima Kerning Conference o ad un Creativity Day, potrebbe aver fatto parte di un progetto in cui siamo coinvolti, potrebbe aver stampato quel bell’invito che abbiamo in ufficio. Pensateci.

Di nuovo, qui c’è il link per la campagna su Generosity. Basta poco, davvero.

 

 

 

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