La stampa tipografica è viva e lascia il segno: intervista a Maurizio Piacenza

di 27 ottobre 2014 0 1

Ai giovanissimi nativi digitali carta, penna, matita, caratteri mobili e inchiostro sembrano strumenti d’antiquariato, roba da museo. Pochi conoscono la pazienza certosina che serve per comporre una pagina con i tipi, il rumore meccanico di una letterpress, l’odore dell’inchiostro, il gusto del progetto come una volta. 

Tra questi c’è Maurizio Piacenza: non un anziano tipografo d’altri tempi, ma un giovane art director e illustratore milanese, appassionato di tipografia, caratteri e carte. Il suo progetto più recente, Letterpress Perpetual Calendar, è un calendario perpetuo interamente composto a mano e stampato in letterpress a Torino. Ho raggiunto Maurizio via mail per un’intervista, alla scoperta del suo calendario perpetuo e della passione per il lato più analogico del nostro mestiere. 

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Ciao Maurizio. Comincio subito dalla frase che apre il tuo progetto Letterpress is Better: la stampa tipografica è viva e lascia il segno. È così? C’è davvero oggi una riscoperta della stampa tipografica?

Sì, c’è decisamente una riscoperta della stampa tipografica. Sia quella – diciamo così – più ortodossa che usa soprattutto caratteri in legno e piombo, sia quella fatta di soluzioni grafiche digitali poi stampate grazie all’uso dei cliché. In molti paesi esteri – pensiamo agli Stati Uniti, ma anche al Regno Unito, alla Germania ed altrove ancora – le realtà che si occupano di stampa tipografica (o letterpress, per dirla all’inglese) sono moltissime. E non sono tanto realtà per così dire storiche, quando realtà giovani, nate proprio sull’onda di questa riscoperta ed al contempo fautrici loro stesse di questa rinascita.

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Durerà? A lungo, magari? O sarà una moda passeggera da collezionisti come accade per i vinili, l’antiquariato da mercatino e le borse vintage?

Per dare una risposta certa bisognerebbe avere una sfera di cristallo! Penso però che non si tratti di una moda passeggera. Dopo l’abbuffata digitale, l’esigenza di tornare a qualcosa di più tangibile, analogico e concreto si è fatta evidentemente sentire. I motivi possono essere e sono in realtà molteplici. Quello che cambia radicalmente è in ogni caso l’approccio, sin dalla fase progettuale. Volendo realizzare un bel progetto tipografico, un’ottima conoscenza della tecnica di stampa è fondamentale. Non che si debba essere tutti stampatori, per carità, e per altro conoscere per bene le tecniche di stampa giova – e non poco – anche se stiamo parlando di stampa offset o altro ancora. Diciamo che con la stampa tipografica non c’è soluzione software che possa toglierci d’impaccio in caso di errori marchiani, ecco. Il procedimento è decisamente analogico, con tutti i pro ed i contro che questo comporta.

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Da dove nasce la tua passione per tipografia e caratteri mobili?

I caratteri mi sono sempre piaciuti. Sono un fan della carta stampata e lo resto anche in un mondo ormai prettamente votato al digitale. I caratteri mi piacciono in ogni veste, comunque. Seguo con interesse l’evoluzione – in Italia per altro un po’ lenta, tranne rare eccezioni – dell’editoria digitale, ma la stampa tipografica ed i caratteri mobili hanno un fascino ulteriore, dato dalla manualità e dall’artigianalità richieste per ottenere ottimi risultati. Dove il termine artigianalità è inteso nel suo senso più nobile: competenze elevate in grado di assicurare una produzione di qualità eccelsa. Nulla a che vedere, dunque, con una produzione commerciale e di massa.

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Adesso sono curioso: come funziona il tuo flusso creativo, di solito? Parti da carta e penna e poi passi al digitale? Che software prediligi? Come gestisci il ritorno dal digitale all’analogico, al momento della stampa letterpress?

Nei progetti parto sempre da carta e matita. Preferenza personale, indubbiamente, ma anche una scelta precisa per liberarsi dalle costrizioni che altre vie mi imporrebbero. Almeno all’inizio voglio essere libero di sperimentare, pur nei limiti che sono imposti dal progetto. E con carta e matita la libertà è massima: uno schizzo si modifica, pian piano e quando è giunto ad un buon livello di “maturazione” è l’ora di passare al digitale. A quel punto una scansione porta il progetto sul Mac e si parte con il software che molto spesso è Illustrator, data la mia preferenza per il disegno vettoriale. Da un po’ di tempo ho però iniziato ad utilizzare con piacere un nuovo software, Affinity Designer. Una volta acquisita l’illustrazione a matita comincio la ricostruzione in vettoriale. Questo in linea di massima. Poi, a seconda dei progetti, qualche elemento di questa procedura può cambiare di volta in volta. Se per esempio realizzo un’illustrazione che deve mantenere un tratto meno pulito, più naturale, invece che tracciarla in digitale ripasso la matita a china (o con pennarelli di varia natura) e poi si passa ad una scansione in alta che sia poi adatta alla stampa.

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Tra i tuoi lavori, un occhio attento non può non notare la collaborazione per entrambe le edizioni di Kerning, la più grande conferenza italiana sulla typography che si tiene ogni anno a Faenza. Com’è nato questo rapporto?

Con Cristiano Rastelli, uno degli organizzatori di Kerning sin dalla prima edizione, ci conosciamo da tempo. Era venuto ad un evento che avevo organizzato insieme alla cartiera Gmund in una tipografia milanese, per fare vedere a chi fosse interessato com’è il lavoro in tipografia. Gli erano piaciuti i taccuini che avevo ideato per Letterpress is Better e il taccuino che avevo progettato per l’evento. Così quando si trattò di pensare a qualcosa da regalare ai partecipanti della prima edizione di Kerning, mi chiese se volevo realizzarne uno dedicato. Ovviamente la mia risposta fu sì! E così anche la seconda edizione della conferenza ha visto la presenza dei taccuini. Dopo un primo anno più tipografico, nel senso di un progetto più basato sui soli caratteri, quest’anno abbiamo deciso di disegnare le caricature degli speaker e puntare sulle carte da gioco, un po’ riviste in chiave tipografica ovviamente.

Il progetto ha visto anche la realizzazione dei badge per workshop e conferenza, sia per i relatori, sia per il team Kerning ed i partecipanti. Lavorare con Kerning è stato ed è decisamente divertente, il gruppo è composto da gente decisamente brava, dal punto di vista professionale ed umano, e si è creato un bellissimo rapporto. Ovviamente si replica anche per Kerning 2015 e ne vedrete delle belle: come si dice in inglese, che poi è la lingua ufficiale della conferenza: stay tuned! 

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Parliamo del tuo ultimo progetto, il Calendario Perpetuo. Da dove arriva l’idea?

Il Calendario Perpetuo è, insieme ad altri, uno dei progetti che ho tenuto nel cassetto per un po’. Mi piace pensare alla progettazione di qualcosa che non sia destinato ad una vita breve o comunque di durata già stabilita a priori. Cosa di meglio dunque di un calendario perpetuo? Mi piacciono anche le soluzioni non eccessivamente elaborate, che lasciano attorno al contenuto il dovuto “spazio bianco” per respirare. Pochi fronzoli, dunque. E penso che questo calendario sia abbastanza basico. C’è quello che ci deve essere e nulla più. Qualche vezzo l’ho riservato solo alla copertina, dove realizzando l’illustrazione mi sono sbizzarrito un po’ di più nel trovare una soluzione che fosse originale. L’idea, come dicevo, è restata nel cassetto per un po’. O meglio ci ho messo mano più volte, cercando di affinare pian piano il progetto. Poi quando tutto mi è sembrato incastrarsi per bene – scelta del carattere, formato, eccetera – ho deciso di realizzarlo.

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La cosa che mi piace di più è il suo rapporto col tempo: è un calendario perpetuo, che scandisce il tempo in eterno nel futuro; ciononostante, è prodotto con tecniche vecchie di secoli. È stampato in letterpress, ma la copertina è piena di 0 e 1. Usa un carattere mobile prodotto nel 1935, che tuttavia ha un design estremamente moderno. Un progetto ricco di contrasti. 

Ho volutamente cercato di mescolare una parte più tradizionale – composizione e stampa con carattere in piombo – ad una parte diciamo così più moderna, cioè l’illustrazione di copertina realizzata in digitale e poi stampata in tipografia con un cliché. Mi piace unire le due cose, vecchio e nuovo, quando possibile. Penso che questa sia una caratteristica bellissima della tipografia: potere continuare a ideare e stampare “come una volta” pur non disdegnando l’uso di elementi più moderni. Negli Stati Uniti, solo per fare un esempio, ci sono grandi realtà che stampano in tipografia utilizzando praticamente solo i cliché. I puristi storcono il naso, capisco, ma io sono dell’avviso che se questo può contribuire a tenere viva la stampa tipografica, ben venga. Per quanto riguarda il rapporto tra futuro, perpetuo ed antico, direi che la tipografia è la prova tangibile che certe tecniche vecchie di secoli sono destinate a restare anche in futuro. Cosa di più adatto per un calendario perpetuo, allora, di una stampa con una tecnica che si sta dimostrando intramontabile?

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Come è stato realizzato tecnicamente? 

Il progetto si è sviluppato piano piano. Attorno a un’idea di base ho cominciato a fare dei ragionamenti, delle prove: dove per prove intendo dei semplici schizzi, dei bozzetti a matita. Nel corso del tempo – e ce n’è voluto un po’: è un progetto personale cui ho voluto dare i giusti spazi, senza forzarmi ad una tempistica troppo stretta – sono maturate alcune idee che poi ho sviluppato completamente: il formato, la scelta del carattere e così via. Quando sono arrivato ad un’idea che ho ritenuto sufficientemente completa, ho realizzato un prototipo molto artigianale. Mi serviva esclusivamente per capire, in modo molto basico, se il calendario poteva funzionare. I nomi della settimana e i giorni erano esclusivamente abbozzati a matita. E qui entra in gioco chi l’ha stampato, Archivio Tipografico di Torino. Con loro ho discusso del progetto, abbiamo valutato la carta più adatta, abbiamo scelto tra due possibili soluzioni realizzative valutando sia le questioni economiche sia quelle tecniche, nonché la tiratura. E siamo partiti. Ecco, se la stampa è decisamente eccellente – non mi sto lodando, non ho stampato io – lo devo ad Archivio Tipografico. Che io sia appassionato di caratteri mobili e stampa tipografica non fa di me uno stampatore.

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Un progetto condiviso, quindi, con una squadra.

Penso che ognuno debba sfruttare al meglio le proprie competenze e fare squadra con chi lavora con lui al progetto. Per esempio: tra due possibilità che avevo in mente, accoppiare la carta – fronte più chiaro per stamparci sopra e retro più scuro, in modo da ottenere in costa un effetto di alternanza tra colori – oppure usare una grammatura più spessa e labbrare i bordi, abbiamo optato per quest’ultima dopo averne parlato insieme, anzi su suggerimento loro. Ed il risultato ha dato ragione alla scelta fatta. Anche la scelta dei corpi da utilizzare per i giorni della settimana e i numeri è stata fatta insieme, così come la scelta del peso (al grassetto è stato preferito il normale perché assicurava un risultato meno pesante visivamente). Il mio bozzetto, da cui si è partiti per realizzare il calendario, non ha mai avuto nulla più che giorni e numeri da me disegnati in Neon, ma a matita. Direi che in questo caso la sintonia con chi ha stampato e la massima fiducia nel suoi confronti è stato un elemento fondamentale per la riuscita del progetto.

Unica uscita dal seminato, rispetto all’uso del solo carattere in piombo, è la copertina: dopo avere ridisegnato in Illustrator i numeri 0 e 1 del Neon, ho realizzato il simbolo dell’infinito componendo sul nastro la scritta “Perpetual Calendar”, utilizzando solo caratteri binari. Poi stampa con cliché. Un mix di moderno – caratteri binari e illustrazione digitale – ed antico: la stampa.

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Sono rimasto colpito dal carattere utilizzato, Neon. È in qualche modo – correggimi se sbaglio – un predecessore poco noto dei più celebri Microgramma e di Eurostile di Novarese. E la sua particolarità è che il rapporto base-altezza cambia col variare del corpo. Tradotto: più il corpo è grande, più il carattere appare condensed

Il Neon venne disegnato per la Nebiolo da Giulio da Milano nel 1935, mentre il Microgramma di Alessandro Butti fu in effetti usato in seguito come base da Aldo Novarese per il suo Eurostile (tutte queste informazioni e molte altre interessantissime sulla tipografia italiana si possono leggere in “Questioni di carattere. La tipografia in Italia dal 1861 agli anni Settanta”, edito da Stampa Alternativa, libro bellissimo). Detto questo, il Neon in effetti ha una caratteristica particolare, quella di cambiare il rapporto base/altezza in base al corpo: più “compatto” nei corpi più piccoli, più slanciato nei corpi più grandi. Ed è proprio per questa sua peculiarità che ho potuto sfruttare il Neon nel calendario, con i corpi più piccoli che mi hanno consentito di progettare i nomi dei giorni della settimana in quattro lingue, posizionandoli uno sopra l’altro. L’altra caratteristica del Neon è poi quella di essere un carattere Unicase, che non ha cioè la distinzione tra maiuscole o minuscole.

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Questo variare del rapporto base/altezza col variare del corpo è un aspetto non facilmente riproducibile in un font digitale.

In realtà ne esiste uno – chiamato Gala – commercializzato da Canada Type. Nella trasposizione al digitale si è però persa proprio la caratteristica fondamentale del Neon, cioè le proporzioni variabili. Tecnicamente la cosa sarebbe comunque fattibile. I caratteri in piombo presentavano differenze o aggiustamenti nel disegno a seconda del corpo e dell’uso conseguente: un conto è usare un carattere a dimensione testo, un conto è usarlo nel titolo, in una didascalia e così via. Alcuni dettagli che sono visibili a, poniamo il caso, 36 punti di dimensione sarebbero inutili o controproducenti se presenti nel corpo 8: questo il motivo delle differenze nel disegno. Questa soluzione è stata poi ripresa in alcune versioni digitali di tali caratteri, nel tentativo di preservarne la ratio iniziale. Allo stesso modo si potrebbero prevedere disegni diversi del Neon a seconda del corpo in modo da dare comunque la scelta a chi lo usa di rispettare il più possibile il progetto di chi questo carattere l’ha ideato.

Nel riportare in vita caratteri in piombo proponendone una versione digitale va però tenuto conto di un aspetto fondamentale: il diritto d’autore. Ma non vorrei addentrarmi in questioni spinose. Resta per altro che l’argomento diritto d’autore andrebbe analizzato bene prima di procedere con eventuali revival digitali.

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Cambiamo completamente argomento: dalla tua posizione – in qualche modo intermedia, tra designer digitale e tipografo nel senso più letterale del termine – come vedi il futuro del nostro mestiere? 

Oddio, non posso definirmi un tipografo né se lo intendiamo come stampatore né se lo intendiamo come compositore. Non ho tutte le competenze di un vero tipografo. Diciamo che ho delle conoscenze in materia che cerco di sfruttare al meglio per i progetti tipografici, ecco. Per quanto riguarda il futuro penso possa essere roseo: possa, non debba a tutti i costi. Ma le potenzialità ci sono. Certo, le difficoltà non mancano e spesso sono anche culturali. Mi spiego: per capirsi bisogna parlare lo stesso linguaggio e spesso tra progettista grafico e cliente il linguaggio non è proprio lo stesso. Non parlo di termini e dettagli tecnici, parlo di una base di intesa comune, di un riconoscere la progettualità che sta alla base di un lavoro. E questo penso sia anche un po’ un fatto culturale. Non che sia semplice, ma andrebbe fatto uno sforzo in più per cercare di comunicare a chi ci chiede un progetto non tanto la nostra bravura – sì, anche quella, certo – quanto la professionalità che c’è dietro. Ci vuole tempo e, spesso, tanta pazienza. Ma lo ritengo un percorso imprescindibile. Anche per questo, ogni tanto, i progetti personali servono. Un po’ valvola di sfogo, senza l’assillo del rischio di rivedere al ribasso le proprie scelte, un po’ palestra dove affinare le proprie armi ed apprendere l’uso di nuove.

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Cosa consigli ai più giovani che si avvicinano al mondo della creatività?

Non ho grandi consigli nel senso che non penso di essere in grado di darne di particolarmente brillanti. Una cosa però mi sento di dire: mai fermarsi rispetto alla voglia di sperimentare e di imparare. Sono un fermo sostenitore della formazione permanente: c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Imparare cose nuove apre la mente. E crea opportunità.

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