Apologia del freelance

di 29 maggio 2013 1 0

Ultimamente mi trovo in difficoltà nel comprendere alcune agenzie di comunicazione (parlo di realtà medio-piccole, intendiamoci, nessun gigante Milano-style), in particolare nel loro rapporto con i freelance. Ritrovo spesso in molti titolari con cui parlo alcuni “miti” negativi – mai dichiarati apertamente, per carità, si tratta sempre di leggere tra le righe – che diventano veri e propri bastoni tra le ruote a qualunque possibilità di mutua collaborazione.

Il designer freelance non è più bravo di un dipendente.

Per carità, non si può generalizzare. Ma nella mia esperienza ho conosciuto dipendenti ormai immobili sulle loro (poche) capacità, certi nella sicurezza di ricevere comunque lo stipendio mensile indipendentemente dalla vera qualità del proprio lavoro. Siamo d’accordo: se lavori veramente di merda, c’è sempre il licenziamento anche per i dipendenti; ed esistono dipendenti straordinari dal punto di vista umano e professionale.

Ma non si può ignorare che un freelance, per poter lavorare, deve necessariamente acquisire competenze che un dipendente non ha quasi mai bisogno di coltivare (perché normalmente se ne occupa l’agenzia per cui lavora): la capacità di individuare i clienti, di preventivare un progetto, di condurre un brief in totale autonomia, di interfacciarsi con i vari uffici del cliente, di assumersi il cosiddetto rischio d’impresa e la capacità di essere assolutamente e unicamente responsabile di qualità e tempi di realizzazione del progetto.

Soprattutto, un freelance sa che deve restare competitivo: un libero professionista non aggiornato, che ignora le tendenze del design contemporaneo, che non conosce soluzioni e innovazioni, che non sa essere sempre up-to-date sul proprio mestiere, è un freelance che non andrà molto lontano. E il suo portfolio sarà lì per dimostrarlo.

Il freelance costa più di un dipendente.

Vero, ma fino ad un certo punto. Non dimentichiamoci che tremila euro lordi al mese in busta paga non corrispondono affatto ad una fattura da tremila euro per un freelance. Bisogna togliere l’IVA, e siamo d’accordo: ma la pressione fiscale su un libero professionista è superiore in media di quasi una decina di punti percentuale rispetto a quella su un dipendente.

Il freelance usa le proprie attrezzature (computer, auto, telefono) che hanno un costo specifico ma, soprattutto, deve riuscire in qualche modo a tutelarsi nei confronti del fisco – che richiede anticipi e pagamenti piuttosto consistenti e non “spalmati” omogeneamente nelle buste paga di dodici mesi – e nei confronti, per così dire, della vita: malattie, maternità, ferie, tredicesime, TFR, sono tutte tutele di cui il freelance è quasi completamente privo (e che invece, gravano in buona parte sui costi annuali di un’azienda relativamente ai propri dipendenti).

E poi c’è un grande vantaggio: l’agenzia sa già quanto costerà con esattezza un progetto affidato ad un libero professionista. Il freelance potrà impiegarci due giorni o duecento (dipenderà dalla deadline), ma il compenso sarà comunque già stabilito. Il costo di un dipendente su un singolo progetto, invece, non è sempre così chiaro e ancor meno è prevedibile prima di iniziare un lavoro.

Il freelance segue troppi lavori contemporaneamente per essere affidabile.

Un buon freelance sa che il rispetto delle scadenze di consegna è fondamentale, con un cliente diretto come con un’agenzia. È anche per questo motivo che il freelance non è certo un lavoratore “9-to-5”: si lavora anche di notte, la sera tardi, il sabato, la domenica, le festività. La deadline ha un valore quasi sacro – per un freelance come per un dipendente e per un titolare d’agenzia.

Starà poi ai singoli rapporti tra freelance e committente (in termini di tipologia del progetto, difficoltà, urgenza e – perché no – guadagno) stabilire le priorità di un lavoro rispetto all’altro.

Il freelance vuole solo fottermi i clienti.

Ecco il vero cuore del problema. Ogni agenzia ha la stessa paura quando si tratta di collaborare con un freelance: che al termine del lavoro, dopo essersi relazionato one-to-one con il cliente attraverso presentazioni, telefonate e mail, lo convinca in qualche modo a scavalcare l’agenzia intermediaria (“Ti costerei molto meno” è, manco a dirlo, la carta più persuasiva da giocarsi in questi casi).

È una realtà, inutile nascondercelo: non sono pochi i freelance che si comportano così. D’altra parte, credo che ogni freelance sano di mente sappia capire che è più vantaggioso stringere un rapporto di fiducia con un’agenzia (molti clienti, molto lavoro, una certa sicurezza nei pagamenti) che con soli uno o due dei suoi clienti. La correttezza professionale dovrebbe fare il resto – non rubare un cliente affidatoci da un’agenzia committente è, prima di tutto, questione di onestà intellettuale e trasparenza. E se proprio non ci si vuole fidare, basta sottoscrivere un contratto con clausole specifiche.

Il designer freelance non sarà mai qui in agenzia quando mi serve.

Molti titolari di agenzia “vecchia scuola” soffrono un po’ di sindrome del controllo: amano sapere quando lavori, quanto tempo passi su Facebook e Twitter, quante pause caffè fai in una giornata. Adorano potersi allungare verso la tua postazione per dare una sbirciatina. Si sentono sicuri nel sapere che ci sei tu, seduto qualche scrivania più in là, pronto a risolvergli qualunque emergenza.

Skype, un qualunque servizio cloud, un telefono e un indirizzo mail, oggi come oggi, accorciano le distanze anche sul lavoro. Il lavoro a distanza non è un’utopia: è una realtà. Stabilita una data di consegna e condiviso un brief, il freelance deve essere libero di lavorare al progetto con i tempi che deciderà personalmente. Che faccia duecento pause caffè in una mattina o che passi il pomeriggio in bicicletta anziché al lavoro sono dettagli ininfluenti, nel momento in cui c’è il rispetto degli accordi presi sui tempi e sulla qualità del progetto.

Senza dimenticare che, quando c’è la necessità di confrontarsi faccia a faccia o di presenziare al brief con il cliente, il freelance è normalmente in grado di saltare in macchina e fare qualche chilometro o, in casi specifici (e nei limiti della legalità), approfittare temporaneamente di una postazione interna all’agenzia per svolgere parti del lavoro.

1 Comment
  • Nemo
    maggio 29, 2013

    Nella mia esperienza, anche con big milanesi, condivido 2 su 5 punti, mentre un altro solo in parte con qualche modifica.

    “Il Freelance Segue Troppi Lavori Contemporaneamente Per Essere Affidabile.”
    Vero, purtroppo è un pensiero legato al fatto che l’agenzia ti vede sempre in overbooking di lavoro. Vagli a spiegare che seguire la contabilità, clienti, preventivi è per te tempo/lavoro non retribuito e fa parte del tuo lavoro. Ed essere legati a un monocliente non è dal punto di vista imprenditoriale corretto. Il risvolto comico è che il dipendente è spesso vessato su più fronti, per ottimizzare i costi interni. L’agenzia però ti vede sempre come un “dipendente in affitto”.

    “Il Freelance Vuole Solo Fottermi I Clienti.”
    Cheppalle! E’ più facile che il dipendente, specie se account, fotta il cliente all’agenzia. Basta vedere la quantità di agenzia nate da “spin-off” di creativi/account. L’agenzia fatica a capire che il freelance si espone in prima persona, anche monetariamente, se il cliente porta problemi o se il lavoro viene fatto male. E’ più facile che sia l’agenzia a fottere il freelance, che il contrario.
    Basta chiedere ai freelance quante fatture non pagate ha avuto nella sua carriera.

    “Il Freelance Costa Più Di Un Dipendente.”
    Si, ma in parte. Ma quello che ho notato, ed è molto peggio, è il risentimento che il dipendente ha nei tuoi confronti, sul fatto che tu freelance costi di più (necessariamente, ma apparentemente dico io). Un lavoro a budget non ha limiti di tempo. Un lavoro in fattura da 3000 euro può facilmente superare i 2 mesi. 3000 in fattura sono 1500 puliti circa. 750 euro mese direi che per un professionista è poco, specie se l’agenzia ti vorrebbe monocliente e impegnato solo per lui. Il problema è che il “dipendente” vedrà solo la tua fattura da 3000 euro per 4 volte che ti ha visto. E questo alimenta odio, per te che guadagni così tanto. Così penso a quelle settimane “di crisi” in cui lavoravo in agenzia, e passavo a fare niente, ma ero stipendiato ugualmente.

    Eh… riuscire a lavorare direttamente con i clienti/aziende, appaga maggiormente che lavorare con grosse agenzie, su famosi brand.

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