La creatività si può facilmente non pagare

Claudia Neri (nota designer internazionale, fondatrice di Teikna, membro della commissione dell’ADI) dà il suo contributo alla questione delle gare in questo articolo apparso su Corriere della Sera.

Ve ne riporto alcune frasi, ma il messaggio è semplice. L’usanza tutta italiana delle gare per la creatività (grandi brand che chiedono a grandi agenzie di fare una proposta gratis; solo la proposta migliore verrà pagata) sta ammazzando il mestiere del creativo. I concetti non hanno più valore; le persone che dovrebbero essere pagate per avere idee nuove sono invece tenute a produrne come fosse un atto dovuto, privo di fatica, sforzo, sudore, energia; creare è un divertissement, un hobby, non può essere un vero lavoro né può avere il valore che merita.

 

[La gara] è una consuetudine per la quale, guardacaso, non si usa un termine inglese. […] Un privilegio, dunque, quello di proporsi ed eventualmente di accaparrarsi una commessa magari consistente. Quindi dov’è il problema? Il problema non esiste, almeno per il cliente. Che infatti si trova nell’invidiabile posizione di pagare solo ciò che gli piace. Il resto no. […]

A indire le gare sono di solito grandi e ben noti gruppi industriali di vari settori merceologici, – banche, larga distribuzione, assicurazioni, trasporti, regioni e province, infrastrutture, utilities. Aziende che di risorse ne avrebbero, volendo. Ma perché spendere quando si può attingere dal mare magnum della creatività a costo zero? […]

I dirigenti ai vertici delle agenzie spesso appartengono allo stesso ambiente dei clienti. Parlano la stessa lingua, e soprattutto concordano su un punto: la creatività si può facilmente non pagare. […]

Non resta che constatare che chi si occupa della parte creativa all’interno di agenzie e studi costa (e conta) talmente poco che si può facilmente far lavorare per il prezzo di qualche multa. Le conclusioni sono semplici da trarre: la parte più importante del lavoro è anche quella che vale meno.

Nei soliti paesi normali, ad esempio, in situazioni di questo tipo, viene chiesto a dei professionisti e agenzie selezionate, di sottoporre un portfolio di lavori e un’accurata presentazione dell’agenzia. Si chiama RFP, acronimo che sta per “request for proposal”. È un pacchetto oneroso da preparare ma giusto, “fair”, come in fair play.

 

 

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