Lo sputtanamento della creatività

di 3 ottobre 2012 1 0

Annamaria Testa, in un recente pezzo su Internazionale, compie una spietata analisi del comparto creativo in Italia che pur racchiudendo il vero valore del Belpaese, è purtroppo sempre più interpretato come plagio, inganno, cialtroneria.

Riporto alcune delle impressionanti cifre dall’articolo: in Europa il settore culturale e creativo (per intenderci: editoria, moda, design, cinema e fotografia, radio e tv, web, teatro, videogiochi, arti visive, musei, siti archeologici, turismo culturale) fattura oltre 654 miliardi di euro nel 2003. È più del doppio dell’intera industria automobilistica. In cinque anni cresce del +12,3%, ben più della crescita economica globale. Vale il 2,3% del Pil italiano, il 3% di quello britannico e il 3,4% di quello francese.

Ciononostante, rapporti successivi rendono la situazione assai più drammatica: l’Italia è ultima in Europa per imprese culturali e creative. La media europea incide per il 5,5% sul totale delle imprese e impiega circa 4 addetti per impresa. In Italia, invece, sono solo il 4,4% del totale, con solo 2 addetti per impresa di media (dati: Il Sole 24 Ore, Febbraio 2012). Facile capire perché: in 10 anni, il budget del Ministero della Cultura è crollato del -36,4%; e vale solo lo 0,9% della spesa pubblica.

Un documento di poche settimane fa a cura dell’EENC (la rete europea di esperti della cultura) dice:

L’Italia sembra naturalmente portata a dare alla cultura un ruolo centrale nelle strategie di sviluppo, per la ricchezza del suo patrimonio culturale e per il ruolo eccezionale che la cultura ha nel definire la sua identità di nazione… Ma il dibattito politico ancora soffre di una interpretazione scadente e ingannevole del ruolo della cultura e della creatività… il paese non ha una strategia nazionale… l’azione politica appare male orientata e/o inefficace rispetto alle reali priorità di sviluppo.

 

La mia sensazione? Credo che abbiamo sofferto una o due stagioni di berlusconismo di troppo. Lungi da me fare politica su queste pagine, intendiamoci. Dico berlusconismo ma intendo entrambe le parti del movimento: i berlusconiani, tutti sorrisi e ammiccamenti, che hanno riportato le affissioni in esterna, le pubblicità televisive ed in generale l’identità politica ad un tale livello di nefandaggine da richiedere di inventarsi leggi per tutelare la par condicio (era il 2000). Dall’altra parte gli antiberlusconiani, che insultavano il premier usando termini come pubblicitario, comunicatore, televisivo – contribuendo di fatto alla sensazione che la comunicazione fosse plagio, inganno, cialtroneria, menzogna, trucchetto da prestigiatore.

Si fa troppo presto, oggi, a credere che persuasione e pubblicità siano sinonimi; o che comunicare significhi convincere a forza; o che “i creativi” siano tipacci come Lusi o Fiorito, mentre si muovono come lupi alle spalle della legge. Ma a pagarne le spese è tutto il comparto creativo, che potrebbe dare molto di più, soprattutto oggi, soprattutto in Italia.

 

Fonte: Tiragraffi

1 Comment
  • DaZa
    ottobre 3, 2012

    Uhmmm… secondo me il problema ha radici anche più vecchie del (anti)berlusconismo che ha contribuito come dici.
    Da noi la cultura è da molto tempo un elemento da sfruttare in contrapposizioni politiche/ideologiche come se la cultura appartenesse a questi o quelli.
    Un po’ come se il packaging pretendesse di essere tutto il graphic design (per capirci tra noi) o l’indice tutto il libro.
    La cultura italiana ne paga ancora i segni non solo nell’ambito creativo.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *