Sulla lettera al Presidente Monti

di 17 settembre 2012 1 0

Venerdì è apparsa in Rete questa interessante lettera indirizzata al nostro premier, che vi invito a leggere. A scriverla è Emanuele Nenna, Art Director di Now Available (Milano), penna del blog Spot ospitato su “Il Post” e noto per il suo recente libro “La coppia creativa sono in quattro”. Nel testo, Emanuele sottolinea alcuni dei punti più critici dell’attuale situazione economica italiana, vista con l’occhio attento del piccolo imprenditore del mondo della pubblicità. Ne riporto alcuni stralci particolarmente intensi:

 

Il messaggio che passa (e che viene rafforzato dalle piccole ma significative modifiche alle soglie di deducibilità di alcuni costi) è questo: “meno assumi persone, meno paghi di tasse. Meno spendi e consumi, meno paghi di tasse […]”. Non sarebbe invece più sensato e utile per tutti (e per l’occupazione prima di tutto) invitare le aziende che riescono ancora a crescere in fatturato a reinvestire tutto il loro margine in persone e servizi, invece di fare il contrario?

È il Governo che scrive le regole, ma penso che la cecità sia anche dei sindacati. Qualche lavoratore dovrebbe dirglielo, che a causa delle continue strette sulle forme contrattuali tra un po’ le imprese di servizi (quelle che vivono esclusivamente del lavoro delle persone) si troveranno costrette e ridurre il personale, creare nuovi disoccupati, chiedere un extra sforzo ai pochi dipendenti che si potranno permettere. Ma non ne leggo, non ne sento parlare. Se si chiude una fabbrica si va in piazza, se una legge ha come effetto collaterale quello di bruciare migliaia e migliaia di opportunità per i singoli allora non se ne dice nulla. […]

Per capire di cosa parlo, io oggi ho un cliente che mi firma un contratto di un anno per gestirgli la pagina Facebook. Ho bisogno di un collaboratore che, per quel progetto specifico, mi dia una mano. Non posso. Se è un ragazzo che sta finendo l’università non posso dargli 800 euro al mese (che gli farebbero un gran comodo, lo inserirebbero in un mondo lavorativo, lo aiuterebbero a formarsi un’esperienza rivendibile su un ambito in forte crescita). Invece non posso. La partita IVA non va bene, se fattura solo a me. Il contratto a progetto prevede che non abbia nessuno a cui rispondere (invece il cliente è dell’Agenzia, e lui deve collaborare con il team creativo e strategico, assunto e ben pagato). E se lo assumo a tempo determinato devo dargli minimo 1.000 euro, con contributi aumentati (perché il tempo determinato è cattivo) che portano il costo della sua prestazione per un anno a 27.000 euro. Insostenibile per un singolo progetto. […]

La domanda più importante: chi me lo fa fare? Fare l’imprenditore, rischiare del proprio per creare un’impresa, per dare posti di lavoro, non è qualcosa che dovrebbe essere incentivato e premiato? […] Nell’attesa di tempi migliori, meglio evitare alle persone di lavorare il doppio allo stesso costo (come fanno altri nel nostro settore per sopravvivere), accettando l’obiettivo del pareggio, per arrivare a fine anno a dirci “bravi, è andata, abbiamo fatto quadrare i conti, non è un anno per portarsi a casa dividendi ma l’agenzia è cresciuta ancora”? Ma se davvero arrivassimo così a fine anno, lo Stato si congratulerebbe, ci ringrazierebbe, ci premierebbe? Ci incentiverebbe a fare ancora di più e meglio l’anno dopo? No. Ci punirebbe. […]

Se è vero che in Italia il mondo del lavoro è fatto da tante piccole imprese, che a botte di 40 persone alla volta danno stipendi a milioni di persone, provate a dare qualche pacca sulle spalle agli imprenditori che fanno la loro parte. Tassate al 90% gli utili, se volete. Ma non fateci passare la voglia di lavorare, di rischiare, di investire, di assumere, di fatturare. Di fare piccola impresa.

 

Lo so: se c’è da fare i piagnoni sul nostro mestiere, mio malgrado, lo spazio su queste pagine c’è sempre. Ma è una verità da affrontare: nel mio piccolo (non ho dipendenti, fortunatamente), ho percepito la crisi in tutta la sua violenza. Nell’aumento della pressione fiscale, nell’impossibilità di mettere da parte qualche spicciolo, nei ritardi cronici dei pagamenti dei clienti. E se da una parte lo Stato pretende tasse, IVA e anticipi sull’anno seguente con precisione svizzera – e guai a ritardare, altrimenti piovono cartelle esattoriali –, dall’altra non considera il drastico allungamento dei tempi per incassare ciò che ci è dovuto dai nostri clienti.

Con una bimba in famiglia, peraltro, il discorso di complica: ricordo i miei genitori mettere da parte gli spiccioli per il mio “fondo università” quando io andavo ancora alle scuole elementari; in tanti anni di lavoro si sono costruiti la casa che volevano, hanno una pensione rispettabilissima e hanno finito di pagare il mutuo. Ma di noi, cosa sarà? Pensione, assicurazione, mutuo? Miraggi, forse incubi, nella condizione di adesso. Quale futuro potrò garantire a mia figlia?

Credo profondamente nella scelta della libera professione, intendiamoci. Non tornerei mai indietro. Ma credo anche che l’Italia debba smetterla di tradurre “imprenditore” con “dannato capitalista”; che debba uscire dalla dicotomia operaio-povero-e-sfruttato contro imprenditore-ricco-e-ladro; che debba spogliarsi dall’eredità di una certa sinistra troppo concentrata su chi il lavoro lo fa, e non su chi lo dà; che l’Italia debba infine accorgersi di quell’oceano di piccole imprese, di artigiani e di partite IVA che pure fanno grande questo Paese, ma che troppo spesso vengono abbandonati, supertassati o dimenticati: perché fa più figo difendere gli operai e i precari, ed è più comodo difendere le grandi industrie. Di tutto quello che c’è in mezzo, amen.

Ma aprite gli occhi: anche noi siamo precari, sfruttati e tutt’altro che ladri arricchiti.

1 Comment
  • Jack
    settembre 17, 2012

    Amaramente concordo.
    Lavoro da libero professionista (scelta di vita fatta un anno e mezzo fa; ero un tranquillo dipendente, ma quando ti nasce una figlia magari ti viene voglia di mandare a quel paese il pendolarismo…) nel campo dell’editoria (in particolare editoria scolastica). Ora, è tutto in fieri, ma come può il limite imposto dalla legge fornero funzionare nel nostro campo?
    I grandi gruppi editoriali sono 4/5; chi sa quanto è impegnativo lavorare a un progetto editoriale sa che è praticamente impossibile seguirne più di 2/3 di grandi dimensioni per volta; è facile, così, che uno dei tuoi clienti costituisca buona parte del tuo fatturato (magari oltre il famoso 75%). E se poi un editore mi chiede l’esclusiva? a me è successo l’anno passato… perché dovrei rinunciare alla formula della partita iva? perché rinunciare a concedere l’esclusiva a un cliente (che di solito, tra l’altro, è ben pagata)?
    vedremo…
    un saluto
    Jack

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