>La fine di Internet (come lo conosciamo)

>“Di cosa si occupano davvero gli innovatori, oggi?” Questa è la domanda che Oliver Burkeman, giornalista del The Guardian inviato al SXSW (South by Southwest Festival) di Austin lo scorso marzo, ha posto a tutti quelli che ha incontrato. La risposta è stata vaga e, tuttavia, per certi aspetti fondamentale: “It’s kind of everything“.
Questo è, secondo Burkeman, il vero punto chiave emerso al Festival: non si tratta più di trasformare la parte della vita umana che la gente investe in rete. Ma di abbattere definitivamente il muro tra la vita online e la vita vera, tra il fisico e il virtuale. Arrivare a quello che Mark Weiser nel lontanissimo 1988 definiva “computer ubiquo” (ubiquitous computing), intendendo quel sistema di periferiche talmente pervasivo e capillare da spostare l’utilizzo della rete sullo sfondo costante delle nostre vite reali.

Se il Web 2.0 è stata la piena realizzazione della promessa di un internet collaborativo – nel quale gli utenti potevano creare anziché consumare: pensate a Flickr, Facebook, Wikipedia – il Web 3.0 farà loro dimenticare che stanno creando in rete. Quando il sistema GPS del tuo telefono informa un negozio d’interesse della tua presenza, quando Facebook usa il riconoscimento facciale per taggare le foto che posti, quando i tuoi movimenti finanziari vengono trackati mediante carta di credito in real-time, qualcosa sta cambiando. Stai ancora creando la rete, ma lo fai senza saperlo, senza consapevolezza né volontà diretta.

Tim O’Reilly, inventore del termine “Web 2.0” e profeta della rete, dice: “Telefoni e macchine fotografiche diventeranno i nostri occhi e orecchie. I sensori diranno dove siamo, cosa stiamo guardando, quanto veloce ci stiamo muovendo. Il web diventerà il mondo stesso, quando riuscirà a catturare e processare con intelligenza l’aura di informazioni e dati che circonda noi e le nostre periferiche”.

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