Forza Panino [Enzo Baldoni]

Enzo Baldoni: questo nome è collegato ad una tragica vicenda in Iraq. Baldoni, in qualità di giornalista freelance, viene rapito da un’organizzazione terroristica il 21 agosto 2004 e verrà ucciso. Il corpo, identificato tramite DNA, tornerà in Patria solo 6 anni dopo.
Ciò che molti non sanno, è che Baldoni è stato uno dei più noti copywriter e blogger italiani degli anni d’oro. Nato nel 1948, è stato tra i primi utilizzatori di Macintosh in Italia. Ha fondato mailing list che funzionano ancora oggi (Zonker’s Zone è la più famosa da Zonker, il suo nickname online) e aprì un blog quando gli italiani sapevano a malapena cos’era Internet. Conciso, efficace, acido e intrattabile, eclettico nelle passioni (la pubblicità, il lavoro, l’agriturismo di famiglia, il giornalismo di frontiera, l’insegnamento all’Accademia di Comunicazione di Milano, il volontariato in Croce Rossa, i fumetti), sono sue alcune tra le migliori produzioni di advertising legate a Gillette, Bic e McDonald’s.

Il nome di Baldoni è legato a doppio filo con quello del gigante degli hamburger americano. Nel 2002, il giorno di San Sebastiano, si inventa uno dei primi esperimenti di crowdsourcing in Italia: il concorso “Quanto casino per un panino”, inaugurato con l’immagine di un Big Mac trafitto. L’annuncio ha un successo inaspettato: in pieno stile open-source e copyleft, si invitano gli italiani a partecipare con un libero contributo creativo, che non sarà utilizzabile commercialmente. McDonald’s ci sta ed evita ogni censura.
L’agenzia di Baldoni (Le Balene) si aspetta 200, 300 proposte al massimo: saranno travolti da 1476 annunci. I panini arrivano da tutta Italia, e dalle persone più diverse: dal geometra all’art director, dal giovane copywriter all’anziano impiegato. È una gigantesca azione di arte popolare, di creatività in crowdsourcing, da cui una giuria seleziona attentamente i vincitori che rimbalzano tra un evento dell’ADCI, il Rolling Stone e – soprattutto – la rete.

Baldoni non rinunciava a parlare della morte. Nella sua mailing list, un giorno, scrisse del suo funerale:

Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski.

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